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scritto col corpo

venerdì, aprile 16th, 2010

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C’è esuberanza di connessioni,
di collegamento,
d’informazioni supplementari,
senza che  si sia prodotto un fatto concreto a determinarne
la supplementarietà, a giustificarne il superfluo.

Sto desiderando la privazione dell’opzione.

Dio, dammi solo la A, ti prego.

La b, non mi serve, la c serve a spiarmi
e la d è ininfluente alla mia attività cerebrale.

No, non desidero ottenere dei vantaggi, non mi fido dei vantaggi.

I nuovi privilegiati sono pieni di debiti occulti,
spendono  senza esserne coscienti, aderiscono senza saperlo.

Solo perché sono distratti.

Distrarre il popolo è una primitiva forma di manipolazione,
d’induzione all’incoscienza.

Dimentica di togliere una croce e paghi un’assicurazione,
non spunti, non la spunti, devolvi denaro, spargi denaro,
perdi denaro.

Siamo poveri, ci siamo impoveriti di tutto.

Della gioia della pancia piena di farfalle,
dei timori giustificati dal buon senso e non dal terrorismo mediatico, degli amici del cuore della notte,
del desiderare qualcosa che non si possa pagare,
nemmeno a rate, del sesso come allegria e liberazione,
sollecitiamo i nostri sensi che invece vorrebbero dormire
e risvegliarsi fra le gambe di gente fantasiosa, nuova, coraggiosa.

Non ci distinguiamo più perché siamo incapaci di distinguere.

Contnuate pure a fingere di essere quell’uomo o quella donna a cui eravate destinati alla nascita.

Condividete i pensieri altrui, gli aforismi,
le citazioni, date loro il vostro personale significato,
spesso figlio della sciagura intellettuale

Annientati dall’abuso di orribile prosa televisiva,
di telegiornali intossicati dalla corruzione,
dalla censura, dal profitto scellerato, dalle menzogne.

Noi, pugno di diversi, siamo quelli sbagliati.

Ed è forse proprio questo l’errore così come l’abuso di benzodiazepine.
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Cecilia Giulia Resio, ghostwriter.

Laundry’s night

giovedì, febbraio 25th, 2010


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mollette a fuoco.

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Ogni oblò aveva il suo roteante panorama.
Lenzuola e calzini, mutande e federe.
Asciugamani, impudiche mutande sotto gli occhi
di un pubblico di stanchi viandanti col culo
su mattonelle standard e pensieri poco profondi.
Pensieri di cibo e connessioni, di come fare, di come svoltare,
di come restare, di come cambiare.
Di come proseguire senza dare nell’occhio del ciclone.
La mia anima vagava nella tormenta
di una brevissima estasi di black-out cerebrale.
Divenuta insensibile ai rumori del dentro, del fuori,
mi concentravo sulle istruzioni di come condurre a buon fine
un ciclo di lavaggio quando è successo quello che sempre succede
in una beautiful laundrette.
E’ entrato un senzatetto, senza nemmeno biancheria da lavare
che giustificasse la sua presenza.
Si è seduto vicino a me e mi ha chiesto come stavo.
Gli ho risposto gentilmente che stavo meglio nel 1998.
Lui mi ha sorriso e credo che abbia capito che mi mancava
un certo tipo di materia, quello di cui è fatta la fortuna,
una sorta di fango celeste impastato di costole
e bei passaggi di letteratura, di carne e sospiri.
Mi ha prestato il suo giornale metropolitano di ieri.
L’ho ringraziato e ho cominciato a leggere l’oblò
della macchina asciugatrice numero 14
che mi ha raccontato un sacco di storie umide.
Della vita prendo tutto, anche quello che altri non vorrebbero.
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giovedì, gennaio 14th, 2010

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nicoletta ceccoli
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Il mio quartiere ha angoli acuti.
E panettiere femmine.
I fruttivendoli sono maschi, così come i macellai che hanno guance irradiate di capillari
ed occhi celesti presi in prestito ai maiali in fila per morire.
Il mio quartiere ha virate improvvise che svelano porzioni di cielo tanto intenso e cattivo
da far pensare che siano i nostri ultimi cinque minuti.
E invece.
Invece ne avremo ancora di quarti d’ora assassini,
di lancette piantate nel cuore da alfieri veloci e diagonali,
noi otterremo giustizia,
ma mai sarà quella che ci aspettavamo, ci sarà sempre una delusione in fondo al nostro fondo.
Questa è la storia dei nostri secondi, noi, che non vinceremo mai.

Ci vorrebbe una guerra

Abbiamo visto, no, dico, abbiamo visto quegli occhi uscire da macerie?
E gli arti divelti e le t-shirt cinesi macchiate di sangue?
Quella donna urlava contro al cielo, ma di lei si notava solo il seno.
La telecronaca non possiede giustizia.
Piace solo quando qualcuno segna e qualcuno para,
ma non quando si hanno in braccio i resti di quello che era un bambino.

Ci vorrebbe una guerra.

Il mio quartiere ha piazze e piccioni e gatti perduti e le loro foto segnaletiche
e i loro nomi ridicoli che non verranno pronunciati mai più.
Il mio quartiere ha angoli bui dove baciarsi diventa impellente,
quasi come pisciare quando non si trovano le chiavi di casa.
E ci baceremo ancora e ancora e la lingua troverà la sua soluzione, la sua temererietà, la sua traduzione.
E le gambe si apriranno, così come nuove opportunità.

Ci vorrebbe una guerra per capire quanto la pace sia necessaria.
E ci vorrebbero persone, invece di uomini e donne.
Ci vorrebbe un mondo di pensieri, non un mondo d’azioni.

Dio, fammi guardare in basso,
che io, in alto, non sono capace di trovarti.
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