Archive for the ‘approssimazione’ Category

La vita è una prova, l’amore una chanson?

giovedì, agosto 12th, 2010

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mercoledì, luglio 28th, 2010

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the_parisian_love_by_yuribonder
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L’amore costa.
E’ acquattato nelle parole, tende trappole e magnifici tranelli, lessico e temporali,
gola e precipizio.
L’amore vero non lo è mai, perché l’amore mente con gioia,
sbalordisce per quanto sia a suo agio con i forse, con i vedrai, i seppure e i mai.
Per alimentare la sua sopravvivenza l’amore si adatta,
può vivere senza acqua, senza pane, senza luce,
cresce dentro a un corpo estraneo , deforma i muscoli, abbassa le diottrie,
amplifica lo strazio del vuoto e quando lo colma, spaventa. L’amore.
Puro e laido, buio e universale,
che quasi se ne farebbe a meno avendolo provato.

L’amore costa.
E’ tana, giardino,
lo scandalo e l’assurdo, la strada, la ferrovia,
carne e macerie.

E in palio ci sono giorni da non dimenticare ed è per questo che non ci scordiamo.
Non ci scordiamo mai d’amare.

venerdì, luglio 23rd, 2010

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cecy
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Ed io

sabato, luglio 17th, 2010

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B. Berenika
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Questa sera camminavo svelta, avevo Parigi stretta addosso
e la malinconia dell’emigrante che mi ballava fra le scapole,
come fossero un paio d’ali pesanti e mosce, inservibili.
La schiena sudava e ill passo si faceva sempre più pesante,
metro dopo metro la strada si allungava e la mèta pareva non diventare mai traguardo.

Ci sono giorni acuti come angoli in cui ho bisogno di dio, o almeno della sua apparenza.
Non si manifesta e gliene sono grata
perché mi metterebbe paura e io di paura ne ho provata già abbastanza.
Stasera l’ho scovato nel rosso di un’anguria, si era trasformato in semi,
due, per la precisione.
Aveva dato al cocomero una faccia,
i due semi erano i suoi occhi e mi guardava severo,
proprio come ci si aspetta da un dio quando dietro di noi la coda di paglia fa rumore di saggina.

E spazza ogni cosa, senza tener conto dell’insofferenza,
delle nostre prigioni quotidiane,
della sofferenza degli Imperfetti.
Ebbene, l’ho lasciato là.
E me ne sono tornata a casa con mezzo chilo di albicocche.
Spesso sono in collera con dio, ma solo perché mi risponde a tono e molto dopo la mia rabbia.

Le cose graziose

venerdì, giugno 11th, 2010

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bagno
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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa

Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi

L’educazione elementare

domenica, giugno 6th, 2010

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Jacques non è il suo nome,
i bambini cinesi cambiano nome per permettere ai francesi
- notoriamente non dotati per l’apprendimento e la pronuncia di lingue straniere -
di essere chiamati con agio e naturalezza.
Dunque Jacques in realtà si chiama 欧文.
Era teso ed aveva le orecchie rosse,
gli occhiali continuavano a scivolargli sul naso
e la mina della matita si spezzava sul piu bello.
Ogni tanto guardava sua madre come a chiedere pietà,
ma lei aveva l’aria di chi la pietà non l’ha avuta a sua volta, anni prima.
Jacques deve accordare il verbo al soggetto,
il soggetto è femmina e quindi necessita di una e supplementare.
La bambina bionda è seduta vicino a Lise,
che non si chiama Lise perché è cinese e alla sua sinistra c’è Thomas,
bambino seduto fra le nuvole, lontano anni luce dagli accordi terreni.
Guardo tutti quei capini chini sui quaderni,
guardo la cartina geografica della Francia,
la maestra cattiva quasi in pensione che ora sembra aver voglia che tutto sia finito,
anche questo ruolo che l’appaga più.
Hanno dato la straordinaria possibilità a me genitore di assistere a questo spettacolo educativo.
Ne avrei fatto a meno, ma ora forse capisco un po’ di più.
Quando ero bambina ho sempre voluto diventare grande
ed ora che lo sono non vorrei più diventare bambina, almeno quella bambina che visse i miei anni.

(appunto scritto due anni fa, dopo una convocazione alla scuola elementare di mia figlia per capire da vicino
i metodi dell’insegnamento francese)

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chinese+child

testa e foce

giovedì, giugno 3rd, 2010

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cavalletta
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L’essere umano è una banda di miserabili,
qualche ulna,
delle radio chiassose, pomi d’adamo e porca eva.
La soglia del sorriso poco dopo diventa gola e giù ad ingoiare rospi, nel migliore.
Nel migliore dei casi, nel migliore dei modi.
Mi avevi detto che avrei potuto spedirmi in una valigia
tanto il mio corpo aveva l’indole della contorsione, ebbene.
Quando ti ho creduto sulla parola hai preso il tempo di leccare il francobollo inutile,
il Gronchi rosa che non portava da nessuna parte, il Nautilus Pompilius della mensolina,
sei diventato la fotografia fra le altre, la fortissima permanenza di un momento circoscritto.
Tu ed io, due persone capienti, contenitori di sospiri e di bugie,
luminosi di albume, di chiare battute a neve, una coppia di persone serie. Fra l’altro.
Quali sensazioni andavi cercando?
La strada di notte ci piace, piace ad entrambi due.
Oh
Facevi la faccia da dado quando ti gettavo fuori dal mio bicchiere di pelle: amami, ora.
Avresti voluto fossi la dama del fronzolo
e invece il mio cervello taglia come la carta che mi hai regalato per scrivere.
Non pensavi.
Tuttavia non farlo, nemmeno ora.
Io sono il tuo punto – che ridere – non hai mai dato importanza ad una buona cadenza.
E guardami ora, plano sui fogli con le mie dita delicate e bianche, povere di sangue, cariche di gesti.
La saliva ora scende, quale imperfetto, che verbo insopportabile nel posto sbagliato.
Eri bello nelle tue scarpe su misura, i talloni d’achille, mai stati così a loro agio.
Io, muta nellla mia straordinaria decadenza, ti guardavo dall’alto del mio marciapiede.
Non abbiamo mai.
Non abbiamo mai.

domenica, maggio 16th, 2010

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untitled

Meglio di sì, meglio Queneau

mercoledì, maggio 12th, 2010

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Era dunque l’après-midi,
m’ero vista riflessa nello specchio lungo appoggiato alla parete,
bianca, come le mie recenti bandiere.
Niente da dire, niente da osservare,
se non quell’aria demodée che da sempre accompagna la mia faccia.
Un viso largo, due grandi occhi nocciola un po’ strabici,
un naso altero, una bocca prudentemente chiusa
su parole che nemmeno io vorrei sentire.
Ad un certo punto e virgola,
complice il passaggio di un meteorismo nel cielo del mio ventre,
ecco far la sua apparizione un’appropriazione indebita,
una congiura piccola, un plissé.

In quell’impreciso istante fece la sua comparsa l’imprevisto.
Era un imprevisto sano, di taglia piccola,
dagli occhi molto veloci, imprendibili.
Bene, non sapevo bene come comportarmi bene
e dunque provai ad impressionarlo facendo il verso del tacchino,
poi gli recitai i sedici peti in do maggiore,
dopo di che tutto il repertorio di rutti in falsetto,
mimai un drago nell’intento d’incenerire tutti i bagagli incustoditi
di tutti gli aeroporti del mondo,
tentai una mossa partenopea, un’inezia svizzera,
un capitombolo, un cerchio di fumo, un’accondiscendenza inaspettata.
Nulla.
L’imprevisto si chiama così e a lui piaci impreparata.
Non hai armi. Non hai borsette.
Nemmeno puoi partire, puoi solo sbadigliare.
L’imprevisto teme la noia, la rifugge.

Tornando a bomba, scoppiai in una risata.
E l’imprevisto fuggì insieme all’attimo che da sempre lo accompagna.

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domenica, maggio 9th, 2010

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collo lungo


(niente e nessuno, signora, sono un giocoliere, un uomo senza speranza che vive di speranze, un impostore che dorme al buio e vive anche, un cacciatore di teste mozzate, un fuoribordo, Sono quell’uomo che hai sempre voluto amare e che mai potrai perché se ne va quando fa buio in sala, sono il sale del mare che resta sullo scoglio quando la marea si ritira e la battigia scopre i denti, sono il capitano, il baro, il povero pirla, sono quell’uomo che hai amato di nascosto, sono io, io quello che sembri tu, talvolta e in modo circospetto, sono il fanfarone, il nullatenente, il pocomaresciallo, sono uno sciacallo. Sono.
Soprattutto sono il sonoro del tuo film, sono la pasta d’acciughe quando il burro si sente solo, sono la tempesta e tutti i pescespada, sono Nerone e il quartetto Cetra, sono colui il quale non ti farà dormire perché ti moltiplicherà domande come montoni e risposte senza certezze, illusioni.
Sono quello che sa fare male, come spingo io sui lividi non c’è nessuno, sono l’aurora, il gallo, il maiale, sono il superdotato di banane altroconsumo, sono consunto, vecchio, giovane e malato, sono a poca distanza dalla riva, sono qui e nemmeno così vicino, sono il tuo cubetto di ghiaccio che sa di vodka, la tua apprensione, ogni tuo desiderio, sono l’uomo nero, la bandiera bianca dell’arresa, sono una sporta della spesa, sono te e lei e le braccia conserte, sono inerte, una spugna, un ideale, un urlo, un cacciatorpediniere qualsiasi in questa battaglia navale, amore, che siamo noi due.
Affondati)

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