Archive for the ‘Fotografia’ Category
Faccia lei
domenica, agosto 1st, 2010Correva l’anno duemilaquattro e, in contemporanea con la Medea di Peter Stein,
in cui recitava il mio ex consorte,
a Siracusa si svolgevano le elezioni amministrative.
La città era ricoperta di piccoli santini,
dove i candidati si proponevano, in modi e parole diversi, ai loro concittadini.
Io ebbi cura di raccoglierne alcuni e di incollarli ad un quaderno che porto sempre con me in viaggio.
Loro sono sopravvissuti, anche alle loro idee, probabilmente.
Mi ha attratto la molteplicità di visi, di cognomi, d’intenzioni,
di ammiccamenti, di promesse, di solennità.
Prego i lettori di non fare commenti volgari in quanto ho profondo rispetto per tutta l’umanità
e questo mio vuol essere solo un piccolo documento
per riflettere sui tempi che cambiano e che crediamo di cambiare.
mercoledì, luglio 28th, 2010
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L’amore costa.
E’ acquattato nelle parole, tende trappole e magnifici tranelli, lessico e temporali,
gola e precipizio.
L’amore vero non lo è mai, perché l’amore mente con gioia,
sbalordisce per quanto sia a suo agio con i forse, con i vedrai, i seppure e i mai.
Per alimentare la sua sopravvivenza l’amore si adatta,
può vivere senza acqua, senza pane, senza luce,
cresce dentro a un corpo estraneo , deforma i muscoli, abbassa le diottrie,
amplifica lo strazio del vuoto e quando lo colma, spaventa. L’amore.
Puro e laido, buio e universale,
che quasi se ne farebbe a meno avendolo provato.
L’amore costa.
E’ tana, giardino,
lo scandalo e l’assurdo, la strada, la ferrovia,
carne e macerie.
E in palio ci sono giorni da non dimenticare ed è per questo che non ci scordiamo.
Non ci scordiamo mai d’amare.
Ed io
sabato, luglio 17th, 2010.
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Questa sera camminavo svelta, avevo Parigi stretta addosso
e la malinconia dell’emigrante che mi ballava fra le scapole,
come fossero un paio d’ali pesanti e mosce, inservibili.
La schiena sudava e ill passo si faceva sempre più pesante,
metro dopo metro la strada si allungava e la mèta pareva non diventare mai traguardo.
Ci sono giorni acuti come angoli in cui ho bisogno di dio, o almeno della sua apparenza.
Non si manifesta e gliene sono grata
perché mi metterebbe paura e io di paura ne ho provata già abbastanza.
Stasera l’ho scovato nel rosso di un’anguria, si era trasformato in semi,
due, per la precisione.
Aveva dato al cocomero una faccia,
i due semi erano i suoi occhi e mi guardava severo,
proprio come ci si aspetta da un dio quando dietro di noi la coda di paglia fa rumore di saggina.
E spazza ogni cosa, senza tener conto dell’insofferenza,
delle nostre prigioni quotidiane,
della sofferenza degli Imperfetti.
Ebbene, l’ho lasciato là.
E me ne sono tornata a casa con mezzo chilo di albicocche.
Spesso sono in collera con dio, ma solo perché mi risponde a tono e molto dopo la mia rabbia.
Le cose graziose
venerdì, giugno 11th, 2010.
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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa
Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi
L’omero a braccio
domenica, maggio 30th, 2010.
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Scuotila.
Che corra con le scarpe sbagliate
e dopo leccale i piedi,
falange dopo falange,
guardandola in bocca.
Mettile in mano gli occhi e in tasca il tuo sesso,
che possa ritrovarlo ogni volta che cerca le chiavi.
Rendile ludico il cammino, lubrico il sorriso, lento il passo,
falle dono del dio in errore,
quello che hai incontrato mentre non la stavi cercando.
Sporca la sua bandiera bianca come fosse biancheria,
che lei, no, non ce la fa più, lei no, non ce la fa più.
Quella tua donna è in procinto di dolore, di soccombere al candore,
è suscettibile di morte apparente.
Scuotila.
Dammi retta, se non puoi darle fiducia.
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Frida Staar (sotto dettatura)
Cosa
lunedì, maggio 17th, 2010.
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Cosa non ho fatto per amore,
ho spalancato l’atlante per cambiare aria, spiccato il volo, spaccato il mondo,
saltato negli stagni, eseguito gli ordini, abbassato la testa,
ho pianto da sola a Porta Genova,
ho regalato il mio cuore rosso in banca, cambiato città,
illuso i gentili, abbaiato e morso, riso in Piazza Vittorio,
commesso reati contro il mio patrimonio,
abusato di paesaggi, nascosto panorami, seminato.
Cosa non ho fatto per amore,
ho lasciato perdere io che non ce la faccio mai,
ho cenato in certi ristoranti cinesi per donne disperate
tanto le luci facevano schifo,
ho cambiato paternità alla mia lingua madre,
ho imparato a piegare le cartine stradali tra Berna e Istanbul,
ho parcheggiato di notte in posti molto vietati,
ho perso un sacco di chiavi, di borse,
ho tradito il codice per tre volte all’alba
e ho visto sparire il bancomat,
ultima speranza di un’estate portoghese.
Cosa non fatto per amore,
ho svelato le calze a capodanno
come fossero segreti fra banditi,
sfilato abiti come carri allegorici,
ho contato tutti i fiori della tappezzeria di una camera d’albergo,
ho rinunciato, continuato, esagerato, spento.
Ho chiuso col mondo e ho dinoccolato le ginocchia
raggiungendo il niente a perdifiato.
E ti ho amato, perbacco, se ti ho amato.
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domenica, maggio 9th, 2010
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(niente e nessuno, signora, sono un giocoliere, un uomo senza speranza che vive di speranze, un impostore che dorme al buio e vive anche, un cacciatore di teste mozzate, un fuoribordo, Sono quell’uomo che hai sempre voluto amare e che mai potrai perché se ne va quando fa buio in sala, sono il sale del mare che resta sullo scoglio quando la marea si ritira e la battigia scopre i denti, sono il capitano, il baro, il povero pirla, sono quell’uomo che hai amato di nascosto, sono io, io quello che sembri tu, talvolta e in modo circospetto, sono il fanfarone, il nullatenente, il pocomaresciallo, sono uno sciacallo. Sono.
Soprattutto sono il sonoro del tuo film, sono la pasta d’acciughe quando il burro si sente solo, sono la tempesta e tutti i pescespada, sono Nerone e il quartetto Cetra, sono colui il quale non ti farà dormire perché ti moltiplicherà domande come montoni e risposte senza certezze, illusioni.
Sono quello che sa fare male, come spingo io sui lividi non c’è nessuno, sono l’aurora, il gallo, il maiale, sono il superdotato di banane altroconsumo, sono consunto, vecchio, giovane e malato, sono a poca distanza dalla riva, sono qui e nemmeno così vicino, sono il tuo cubetto di ghiaccio che sa di vodka, la tua apprensione, ogni tuo desiderio, sono l’uomo nero, la bandiera bianca dell’arresa, sono una sporta della spesa, sono te e lei e le braccia conserte, sono inerte, una spugna, un ideale, un urlo, un cacciatorpediniere qualsiasi in questa battaglia navale, amore, che siamo noi due.
Affondati)
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