Archive for the ‘desideri’ Category

Ed io

sabato, luglio 17th, 2010

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B. Berenika
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Questa sera camminavo svelta, avevo Parigi stretta addosso
e la malinconia dell’emigrante che mi ballava fra le scapole,
come fossero un paio d’ali pesanti e mosce, inservibili.
La schiena sudava e ill passo si faceva sempre più pesante,
metro dopo metro la strada si allungava e la mèta pareva non diventare mai traguardo.

Ci sono giorni acuti come angoli in cui ho bisogno di dio, o almeno della sua apparenza.
Non si manifesta e gliene sono grata
perché mi metterebbe paura e io di paura ne ho provata già abbastanza.
Stasera l’ho scovato nel rosso di un’anguria, si era trasformato in semi,
due, per la precisione.
Aveva dato al cocomero una faccia,
i due semi erano i suoi occhi e mi guardava severo,
proprio come ci si aspetta da un dio quando dietro di noi la coda di paglia fa rumore di saggina.

E spazza ogni cosa, senza tener conto dell’insofferenza,
delle nostre prigioni quotidiane,
della sofferenza degli Imperfetti.
Ebbene, l’ho lasciato là.
E me ne sono tornata a casa con mezzo chilo di albicocche.
Spesso sono in collera con dio, ma solo perché mi risponde a tono e molto dopo la mia rabbia.

Le cose graziose

venerdì, giugno 11th, 2010

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bagno
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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa

Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi

Bachelettrico

mercoledì, giugno 9th, 2010

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Rivisitazione di Giacomo P. del Preludio
(dalle 6 Suites) per violoncello solo di J.S. Bach, qui eseguita con basso a 4 corde.

L’omero a braccio

domenica, maggio 30th, 2010

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Scuotila.

Che corra con le scarpe sbagliate
e dopo leccale i piedi,
falange dopo falange,
guardandola in bocca.
Mettile in mano gli occhi e in tasca il tuo sesso,
che possa ritrovarlo ogni volta che cerca le chiavi.
Rendile ludico il cammino, lubrico il sorriso, lento il passo,
falle dono del dio in errore,
quello che hai incontrato mentre non la stavi cercando.
Sporca la sua bandiera bianca come fosse biancheria,
che lei, no, non ce la fa più, lei no, non ce la fa più.
Quella tua donna è in procinto di dolore, di soccombere al candore,
è suscettibile di morte apparente.

Scuotila.
Dammi retta, se non puoi darle fiducia.
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Frida Staar (sotto dettatura)

no, non ce l’ho

giovedì, aprile 8th, 2010

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Solo qualcuno è a conoscenza della mia capacità di trasformazione.
Al bisogno m’invento eroe di guerra, dama di compagnia,
fata, lolita e zia.
Volpe e cartone animato, serial killer, topo e insegnante di trombone.
Vampiro.
Discinta e in uniforme, bisognosa d’amore e sprezzante del pericolo.
Alfiere e damone, soprattutto infedele e crociata.
Una parola.

t’as une cigarette?

E il buio cola
cola e ammanta

scivola sullle fontane e sui muri di palazzi tesi,
borghesi, presuntuosi nella loro mole illuminata
fa neri i cancelli dell’Eliseo
con le inferriate lucidate luccicanti, illustri

le sedie del Jardin de Luxembourg vuote di sederi
le aiuole silenziose, il prato rigido di freddo
gli asini nelle stalle
gli alberi che sognano piume nuove fra le foglie

Il buio ingrassa la notte
e ingravida i pensieri

il cielo è nero d’astuzia e d’immobilità

t’as une cigarette?

E accesa rimango solo io
a guardare il declino di questa notte ruvida e casuale.

Dimenticare ombrelli

venerdì, marzo 19th, 2010

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Erano anni, ma erano anche mesi.
Sono stati giorni e ore perse, appese,
magnifiche e minute.
Sono stati minuti.
C’erano abeti decorati e lune piene d’amore,
come i testicoli di grevi uomini romani.
Io ti aspettavo.
La pensilina, pensavo, è il posto giusto per un colpo di fulmine,
basta prendere la pioggia e strusciarsi contro la cabina elettrica
che reca un lampo come ammonimento.
(scossa)
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Sotto la pelle e per ogni città del mondo

sabato, marzo 13th, 2010

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ramez el said

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Oggi ero seria.
Seduta accanto al finestrino guardavo correre la periferia
dipinta di erbacce e scritte e rifiuti aspettando di arrivare a Roma.
Tu stavi lì, accanto a me, la tua mano sopra la mia coscia
con le dita che stringevano un po’ come a dirmi sei mia.
Pensavo.
A i tuoi occhi che guardano dove guardo io
e alle tue parole cattive che come frecce mi si piantano nel cuore
senza farlo sanguinare.
Io non sono una donna senza fantasia
ed è perciò che è stato disposto dalle autorità invisibili che io ti ami.
Non ci puoi fare nulla, accade.
Come la pioggia che ora macchia il vetro di perle diagonali.

Vedi, lo so che prima o poi non seguirai più i miei viaggi,
che ti alzerai per sempre e io non ti guarderò andare via,
ma lascia che ora io ti accompagni, dentro a un’idea,
nascosta in una fuga piccola, fra le pieghe della tua sciarpa,
in tasca, nel rosso dei tuoi occhi.
La mia natura magica e sentimentale conosce cose che tu ignori, ignaro.

Prendimi pure in giro,
tanto la sento la pressione delle tue dita su di me
e tua lo sono, sotto la pelle e per ogni città del mondo.
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(Viaggio a Roma, tempo fa)

Quasi fosse sera, notte, stelle a manciate, cupo rosso di una collina che s’è mangiata il sole.

martedì, marzo 9th, 2010

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E ricomincerò daccapo,
spaziando le interlinee, pensando a te,
ragazzo, che mi piacevi da morire,
solo che a quell’età non ci si pensa per davvero,
a morire e nemmeno a piacere
Si vive di piccole attese, di battiti accelerati,
di curve improvvise, di sbalzi d’umore.
Poi ci si accorge che gli altri hanno fatto così,
come i nostri genitori,
e allora si fa così anche noi e si sceglie.
Una donna, un uomo, che non fanno per noi,
contrari al comune senso
del buonsenso, non parlo del pudore,
quello viene dopo, quando si capisce che
c’eravamo sbagliati.
E allora, via, si cuciono le asole, perché i bottoni
non ci passano più e tanto vale prender freddo,
sentire il vento che trapassa, remoto
e cinge la cassa toracica nel senso ampio di una
solitudine necessaria, fatta d’echi e canzonette,
salutare:

Addio

E ricomincerò daccapo,
amando alla rinfusa, quasi fossi in una fiera di paese,
bendata, cercando di colpire la pentolaccia,
sperando in petali di rose e suggestioni,
evitando luoghi comuni,
viaggiando col gomito fuori dal finestrino,
come i cafoni prima di Melegnano, in coda,
quasi fosse il diciotto di agosto, quasi fosse casa,
buongiorno portinaio, dove sei amore.

Quasi fosse sera, notte, stelle a manciate, cupo rosso
di una collina che s’è mangiata il sole.
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B e r l i n

domenica, marzo 7th, 2010

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cicala
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Alle vere leggende la morale non serve, è sempre meglio un po’ di libertà
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Ho fatto un sogno
che non ti racconto perché nel sogno io non parlavo
e tu mi stavi a guardare, mi guardavi le mani
che tenevo in grembo arricciando un lembo di gonna

C’era la neve a Berlino e tu avevi gli occhi da ladro

Ho fatto un sogno
che non ti racconto perché nel sogno dormivi.
Io stavo ferma nel letto a guardarti, precisa,
come se contassi i tuoi tanti capelli.
C’era odore di cassetti e crocefissi,
quale fosse non saprei
ma nel sogno lo sapevo

Ho fatto un sogno,
eravamo randagi e impazienti,
lo scandalo alle spalle e nulla da temere.

C’erano strade bianche e persone di fretta,
il nostro hotel aveva due stelle
un poco cadenti, come quei due nel sogno.

Non te lo racconto, sennò non si avvera.
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autoscatto cecilia 06/09

Amor tinello

martedì, febbraio 23rd, 2010

nataly ciobanu

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Oggi avrei voluto neve per fare un omino
ove la carota non fosse all’altezza del naso.

Ebbene, certi pensieri sorgono dalla pece screziata dai neon
di una sera squarciata dai miei passi lunghi,
una nuova asse del wc sotto il braccio ed una certezza:
le viti di aggancio sono in metallo, non in plastica.

Bizzarro, ogni volta che si cambia vita, si riparte dal cesso.

Un tempo facevo nidi.

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