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La vita è una prova, l’amore una chanson?

giovedì, agosto 12th, 2010

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Faccia lei

domenica, agosto 1st, 2010

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Correva l’anno duemilaquattro e, in contemporanea con la Medea di Peter Stein,
in cui recitava il mio ex consorte,
a Siracusa si svolgevano le elezioni amministrative.
La città era ricoperta di piccoli santini,
dove i candidati si proponevano, in modi e parole diversi, ai loro concittadini.
Io ebbi cura di raccoglierne alcuni e di incollarli ad un quaderno che porto sempre con me in viaggio.
Loro sono sopravvissuti, anche alle loro idee, probabilmente.
Mi ha attratto la molteplicità di visi, di cognomi, d’intenzioni,
di ammiccamenti, di promesse, di solennità.
Prego i lettori di non fare commenti volgari in quanto ho profondo rispetto per tutta l’umanità
e questo mio vuol essere solo un piccolo documento
per riflettere sui tempi che cambiano e che crediamo di cambiare.

mercoledì, luglio 28th, 2010

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L’amore costa.
E’ acquattato nelle parole, tende trappole e magnifici tranelli, lessico e temporali,
gola e precipizio.
L’amore vero non lo è mai, perché l’amore mente con gioia,
sbalordisce per quanto sia a suo agio con i forse, con i vedrai, i seppure e i mai.
Per alimentare la sua sopravvivenza l’amore si adatta,
può vivere senza acqua, senza pane, senza luce,
cresce dentro a un corpo estraneo , deforma i muscoli, abbassa le diottrie,
amplifica lo strazio del vuoto e quando lo colma, spaventa. L’amore.
Puro e laido, buio e universale,
che quasi se ne farebbe a meno avendolo provato.

L’amore costa.
E’ tana, giardino,
lo scandalo e l’assurdo, la strada, la ferrovia,
carne e macerie.

E in palio ci sono giorni da non dimenticare ed è per questo che non ci scordiamo.
Non ci scordiamo mai d’amare.

I grandi uomini non finiscono mai, continuano nelle nostre teste. Le parole che hanno scritto lavorano dentro di noi tutta la vita per renderci migliori.

sabato, giugno 19th, 2010

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Le cose graziose

venerdì, giugno 11th, 2010

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bagno
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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa

Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi

testa e foce

giovedì, giugno 3rd, 2010

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cavalletta
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L’essere umano è una banda di miserabili,
qualche ulna,
delle radio chiassose, pomi d’adamo e porca eva.
La soglia del sorriso poco dopo diventa gola e giù ad ingoiare rospi, nel migliore.
Nel migliore dei casi, nel migliore dei modi.
Mi avevi detto che avrei potuto spedirmi in una valigia
tanto il mio corpo aveva l’indole della contorsione, ebbene.
Quando ti ho creduto sulla parola hai preso il tempo di leccare il francobollo inutile,
il Gronchi rosa che non portava da nessuna parte, il Nautilus Pompilius della mensolina,
sei diventato la fotografia fra le altre, la fortissima permanenza di un momento circoscritto.
Tu ed io, due persone capienti, contenitori di sospiri e di bugie,
luminosi di albume, di chiare battute a neve, una coppia di persone serie. Fra l’altro.
Quali sensazioni andavi cercando?
La strada di notte ci piace, piace ad entrambi due.
Oh
Facevi la faccia da dado quando ti gettavo fuori dal mio bicchiere di pelle: amami, ora.
Avresti voluto fossi la dama del fronzolo
e invece il mio cervello taglia come la carta che mi hai regalato per scrivere.
Non pensavi.
Tuttavia non farlo, nemmeno ora.
Io sono il tuo punto – che ridere – non hai mai dato importanza ad una buona cadenza.
E guardami ora, plano sui fogli con le mie dita delicate e bianche, povere di sangue, cariche di gesti.
La saliva ora scende, quale imperfetto, che verbo insopportabile nel posto sbagliato.
Eri bello nelle tue scarpe su misura, i talloni d’achille, mai stati così a loro agio.
Io, muta nellla mia straordinaria decadenza, ti guardavo dall’alto del mio marciapiede.
Non abbiamo mai.
Non abbiamo mai.

L’omero a braccio

domenica, maggio 30th, 2010

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Scuotila.

Che corra con le scarpe sbagliate
e dopo leccale i piedi,
falange dopo falange,
guardandola in bocca.
Mettile in mano gli occhi e in tasca il tuo sesso,
che possa ritrovarlo ogni volta che cerca le chiavi.
Rendile ludico il cammino, lubrico il sorriso, lento il passo,
falle dono del dio in errore,
quello che hai incontrato mentre non la stavi cercando.
Sporca la sua bandiera bianca come fosse biancheria,
che lei, no, non ce la fa più, lei no, non ce la fa più.
Quella tua donna è in procinto di dolore, di soccombere al candore,
è suscettibile di morte apparente.

Scuotila.
Dammi retta, se non puoi darle fiducia.
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Frida Staar (sotto dettatura)

martedì, maggio 25th, 2010

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Cosa

lunedì, maggio 17th, 2010

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berenika
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Cosa non ho fatto per amore,
ho spalancato l’atlante per cambiare aria, spiccato il volo, spaccato il mondo,
saltato negli stagni, eseguito gli ordini, abbassato la testa,
ho pianto da sola a Porta Genova,
ho regalato il mio cuore rosso in banca, cambiato città,
illuso i gentili, abbaiato e morso, riso in Piazza Vittorio,
commesso reati contro il mio patrimonio,
abusato di paesaggi, nascosto panorami, seminato.
Cosa non ho fatto per amore,
ho lasciato perdere io che non ce la faccio mai,
ho cenato in certi ristoranti cinesi per donne disperate
tanto le luci facevano schifo,
ho cambiato paternità alla mia lingua madre,
ho imparato a piegare le cartine stradali tra Berna e Istanbul,
ho parcheggiato di notte in posti molto vietati,
ho perso un sacco di chiavi, di borse,
ho tradito il codice per tre volte all’alba
e ho visto sparire il bancomat,
ultima speranza di un’estate portoghese.
Cosa non fatto per amore,
ho svelato le calze a capodanno
come fossero segreti fra banditi,
sfilato abiti come carri allegorici,
ho contato tutti i fiori della tappezzeria di una camera d’albergo,
ho rinunciato, continuato, esagerato, spento.
Ho chiuso col mondo e ho dinoccolato le ginocchia
raggiungendo il niente a perdifiato.
E ti ho amato, perbacco, se ti ho amato.
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Meglio di sì, meglio Queneau

mercoledì, maggio 12th, 2010

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Era dunque l’après-midi,
m’ero vista riflessa nello specchio lungo appoggiato alla parete,
bianca, come le mie recenti bandiere.
Niente da dire, niente da osservare,
se non quell’aria demodée che da sempre accompagna la mia faccia.
Un viso largo, due grandi occhi nocciola un po’ strabici,
un naso altero, una bocca prudentemente chiusa
su parole che nemmeno io vorrei sentire.
Ad un certo punto e virgola,
complice il passaggio di un meteorismo nel cielo del mio ventre,
ecco far la sua apparizione un’appropriazione indebita,
una congiura piccola, un plissé.

In quell’impreciso istante fece la sua comparsa l’imprevisto.
Era un imprevisto sano, di taglia piccola,
dagli occhi molto veloci, imprendibili.
Bene, non sapevo bene come comportarmi bene
e dunque provai ad impressionarlo facendo il verso del tacchino,
poi gli recitai i sedici peti in do maggiore,
dopo di che tutto il repertorio di rutti in falsetto,
mimai un drago nell’intento d’incenerire tutti i bagagli incustoditi
di tutti gli aeroporti del mondo,
tentai una mossa partenopea, un’inezia svizzera,
un capitombolo, un cerchio di fumo, un’accondiscendenza inaspettata.
Nulla.
L’imprevisto si chiama così e a lui piaci impreparata.
Non hai armi. Non hai borsette.
Nemmeno puoi partire, puoi solo sbadigliare.
L’imprevisto teme la noia, la rifugge.

Tornando a bomba, scoppiai in una risata.
E l’imprevisto fuggì insieme all’attimo che da sempre lo accompagna.

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