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Era dunque l’après-midi,
m’ero vista riflessa nello specchio lungo appoggiato alla parete,
bianca, come le mie recenti bandiere.
Niente da dire, niente da osservare,
se non quell’aria demodée che da sempre accompagna la mia faccia.
Un viso largo, due grandi occhi nocciola un po’ strabici,
un naso altero, una bocca prudentemente chiusa
su parole che nemmeno io vorrei sentire.
Ad un certo punto e virgola,
complice il passaggio di un meteorismo nel cielo del mio ventre,
ecco far la sua apparizione un’appropriazione indebita,
una congiura piccola, un plissé.
In quell’impreciso istante fece la sua comparsa l’imprevisto.
Era un imprevisto sano, di taglia piccola,
dagli occhi molto veloci, imprendibili.
Bene, non sapevo bene come comportarmi bene
e dunque provai ad impressionarlo facendo il verso del tacchino,
poi gli recitai i sedici peti in do maggiore,
dopo di che tutto il repertorio di rutti in falsetto,
mimai un drago nell’intento d’incenerire tutti i bagagli incustoditi
di tutti gli aeroporti del mondo,
tentai una mossa partenopea, un’inezia svizzera,
un capitombolo, un cerchio di fumo, un’accondiscendenza inaspettata.
Nulla.
L’imprevisto si chiama così e a lui piaci impreparata.
Non hai armi. Non hai borsette.
Nemmeno puoi partire, puoi solo sbadigliare.
L’imprevisto teme la noia, la rifugge.
Tornando a bomba, scoppiai in una risata.
E l’imprevisto fuggì insieme all’attimo che da sempre lo accompagna.
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