Archive for the ‘breviarium’ Category

Faccia lei

domenica, agosto 1st, 2010

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Correva l’anno duemilaquattro e, in contemporanea con la Medea di Peter Stein,
in cui recitava il mio ex consorte,
a Siracusa si svolgevano le elezioni amministrative.
La città era ricoperta di piccoli santini,
dove i candidati si proponevano, in modi e parole diversi, ai loro concittadini.
Io ebbi cura di raccoglierne alcuni e di incollarli ad un quaderno che porto sempre con me in viaggio.
Loro sono sopravvissuti, anche alle loro idee, probabilmente.
Mi ha attratto la molteplicità di visi, di cognomi, d’intenzioni,
di ammiccamenti, di promesse, di solennità.
Prego i lettori di non fare commenti volgari in quanto ho profondo rispetto per tutta l’umanità
e questo mio vuol essere solo un piccolo documento
per riflettere sui tempi che cambiano e che crediamo di cambiare.

La morte del topo

sabato, giugno 12th, 2010

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Questa è la storia di un topo che ebbe una morta prematura,
una sepoltura insperata e un degno funerale.
Al topo fu dato un nome alla sua morte, un gesto assai controcorrente.
Della sua vita non si sa pressoché niente, se non che era di taglia piccola
e che sembrava dormisse invece d’esser trapassato, un oramai piuccheperfetto.

Questa è la storia di due amiche del cuore, di cui una orfana di mamma.
L’altra certamente no, perché io che sto scrivendo del topo la storia, sono sua madre.
I bambini hanno poteri nascosti e rendono la morte celeste,
la celebrano con solennità spicciola, la prendono sul serio,
danno alla morte una sorta di principio,
mai una vera fine. Non è un gioco e un momento delicato,
impone parole che abbiano un certo peso, ma capaci di lievitare come torte.

La bambina che non è mia figlia ha usato le stesse parole che ha ascoltato un giorno di ottobre
di due anni fa e le ha regalate al topo che se n’è volato in cielo, rispedito ad un mittente
immaginifico e divino, il pensiero di un bambino.
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Le cose graziose

venerdì, giugno 11th, 2010

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bagno
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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa

Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi

L’omero a braccio

domenica, maggio 30th, 2010

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Scuotila.

Che corra con le scarpe sbagliate
e dopo leccale i piedi,
falange dopo falange,
guardandola in bocca.
Mettile in mano gli occhi e in tasca il tuo sesso,
che possa ritrovarlo ogni volta che cerca le chiavi.
Rendile ludico il cammino, lubrico il sorriso, lento il passo,
falle dono del dio in errore,
quello che hai incontrato mentre non la stavi cercando.
Sporca la sua bandiera bianca come fosse biancheria,
che lei, no, non ce la fa più, lei no, non ce la fa più.
Quella tua donna è in procinto di dolore, di soccombere al candore,
è suscettibile di morte apparente.

Scuotila.
Dammi retta, se non puoi darle fiducia.
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Frida Staar (sotto dettatura)

domenica, maggio 9th, 2010

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collo lungo


(niente e nessuno, signora, sono un giocoliere, un uomo senza speranza che vive di speranze, un impostore che dorme al buio e vive anche, un cacciatore di teste mozzate, un fuoribordo, Sono quell’uomo che hai sempre voluto amare e che mai potrai perché se ne va quando fa buio in sala, sono il sale del mare che resta sullo scoglio quando la marea si ritira e la battigia scopre i denti, sono il capitano, il baro, il povero pirla, sono quell’uomo che hai amato di nascosto, sono io, io quello che sembri tu, talvolta e in modo circospetto, sono il fanfarone, il nullatenente, il pocomaresciallo, sono uno sciacallo. Sono.
Soprattutto sono il sonoro del tuo film, sono la pasta d’acciughe quando il burro si sente solo, sono la tempesta e tutti i pescespada, sono Nerone e il quartetto Cetra, sono colui il quale non ti farà dormire perché ti moltiplicherà domande come montoni e risposte senza certezze, illusioni.
Sono quello che sa fare male, come spingo io sui lividi non c’è nessuno, sono l’aurora, il gallo, il maiale, sono il superdotato di banane altroconsumo, sono consunto, vecchio, giovane e malato, sono a poca distanza dalla riva, sono qui e nemmeno così vicino, sono il tuo cubetto di ghiaccio che sa di vodka, la tua apprensione, ogni tuo desiderio, sono l’uomo nero, la bandiera bianca dell’arresa, sono una sporta della spesa, sono te e lei e le braccia conserte, sono inerte, una spugna, un ideale, un urlo, un cacciatorpediniere qualsiasi in questa battaglia navale, amore, che siamo noi due.
Affondati)

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Le quinze

sabato, maggio 1st, 2010

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VI-BE-People
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Era un grosso bipede malconcio che teneva stretto in braccio
un faldone di carte come fosse un neonato.
Aveva perso tutte le speranze,
gli erano cadute dalla testa ed ora
giacevano ai suoi piedi, come mai avevano fatto con lui le ragazze, probabilmente.

Aveva v e r a m e n t e bisogno che gli rimborsassero gli occhiali.
Gli occhiali da vista costano un occhio della testa, avrà pensato senza allegria.
L’impiegata era enorme e la sedia da ufficio era visibilmente sotto pressione.
Un cuoricino d’oro stava soffocando fra i suoi due grandi seni sudati,
fosse stato un crocefisso sarebbe parsa una pornobestemmia.
Senza alcun preavviso l’uomo prese a singhiozzare,
facendo colare dal suo naso del muco trasparente e riappropriandosene con rumorose inspirazioni.
La donna dal cuoricino ormai morto gli fece notare che lui era il numero quindici
e che c’erano almeno altre ventisette persone che attendevano il loro turno.
Io ad esempio, che ero le seize, il sedici.

L’amministrazione francese ama mietere vittime innocenti,
e non c’è stagione ideale per farlo, come avviene per il grano.
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scritto col corpo

venerdì, aprile 16th, 2010

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C’è esuberanza di connessioni,
di collegamento,
d’informazioni supplementari,
senza che  si sia prodotto un fatto concreto a determinarne
la supplementarietà, a giustificarne il superfluo.

Sto desiderando la privazione dell’opzione.

Dio, dammi solo la A, ti prego.

La b, non mi serve, la c serve a spiarmi
e la d è ininfluente alla mia attività cerebrale.

No, non desidero ottenere dei vantaggi, non mi fido dei vantaggi.

I nuovi privilegiati sono pieni di debiti occulti,
spendono  senza esserne coscienti, aderiscono senza saperlo.

Solo perché sono distratti.

Distrarre il popolo è una primitiva forma di manipolazione,
d’induzione all’incoscienza.

Dimentica di togliere una croce e paghi un’assicurazione,
non spunti, non la spunti, devolvi denaro, spargi denaro,
perdi denaro.

Siamo poveri, ci siamo impoveriti di tutto.

Della gioia della pancia piena di farfalle,
dei timori giustificati dal buon senso e non dal terrorismo mediatico, degli amici del cuore della notte,
del desiderare qualcosa che non si possa pagare,
nemmeno a rate, del sesso come allegria e liberazione,
sollecitiamo i nostri sensi che invece vorrebbero dormire
e risvegliarsi fra le gambe di gente fantasiosa, nuova, coraggiosa.

Non ci distinguiamo più perché siamo incapaci di distinguere.

Contnuate pure a fingere di essere quell’uomo o quella donna a cui eravate destinati alla nascita.

Condividete i pensieri altrui, gli aforismi,
le citazioni, date loro il vostro personale significato,
spesso figlio della sciagura intellettuale

Annientati dall’abuso di orribile prosa televisiva,
di telegiornali intossicati dalla corruzione,
dalla censura, dal profitto scellerato, dalle menzogne.

Noi, pugno di diversi, siamo quelli sbagliati.

Ed è forse proprio questo l’errore così come l’abuso di benzodiazepine.
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Cecilia Giulia Resio, ghostwriter.

Do you now Cioccolattini, the italian restaurant that Massimo told me?

venerdì, aprile 9th, 2010

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Il ragazzo italiano aveva vent’anni
e l’entusiasmo di chi ha ancora i lineamenti intatti e solo 512 MByte di memoria.
La sua amica inglese non conosceva Cioccolattini,
ma suggeriva di cenare sul Pont des Arts con un paio di sandwich francesi.
Il signore davanti a me dormiva o cercava di riuscirci.
Aveva l’espressione tesa, due solchi sulla fronte.
Se la camera avesse preso un primo piano solo del suo viso
si sarebbe potuto immaginare che stesse subendo
un’ispezione rettale con un guanto in porfido.
Un ragazzo grasso mi stava guardando da una manciata di minuti,
me ne ero accorta per un rapido incrocio di occhi.
I miei si sono dati alla fuga ed i suoi m’imploravano di sostare.
Non ho mai avuto uomini grassi, non ho mai avuto uomini magri.
Non pulisco mai le mie scarpe.

Ho voglia di andare al mare,
ma ho paura che appoggiando la conchiglia all’orecchio,
io non riesca a sentire più niente.
La montagna mi rende vertiginosa.
Qualcuno tossisce senza mano davanti alla bocca
e nuvole di agenti contaminanti s’insediano nel metro,
un paio di faraginosi prende in ostaggio la gola di una vecchia già predisposta a morire
e dunque presa come Esempio di Stanchezza.
Io ho finito le liquirizie e questa cosa non mi rallegra.
Davvero è tutto qui?

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no, non ce l’ho

giovedì, aprile 8th, 2010

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Solo qualcuno è a conoscenza della mia capacità di trasformazione.
Al bisogno m’invento eroe di guerra, dama di compagnia,
fata, lolita e zia.
Volpe e cartone animato, serial killer, topo e insegnante di trombone.
Vampiro.
Discinta e in uniforme, bisognosa d’amore e sprezzante del pericolo.
Alfiere e damone, soprattutto infedele e crociata.
Una parola.

t’as une cigarette?

E il buio cola
cola e ammanta

scivola sullle fontane e sui muri di palazzi tesi,
borghesi, presuntuosi nella loro mole illuminata
fa neri i cancelli dell’Eliseo
con le inferriate lucidate luccicanti, illustri

le sedie del Jardin de Luxembourg vuote di sederi
le aiuole silenziose, il prato rigido di freddo
gli asini nelle stalle
gli alberi che sognano piume nuove fra le foglie

Il buio ingrassa la notte
e ingravida i pensieri

il cielo è nero d’astuzia e d’immobilità

t’as une cigarette?

E accesa rimango solo io
a guardare il declino di questa notte ruvida e casuale.

Babel is wrong

sabato, aprile 3rd, 2010

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Where is my creature ended from does it smooth as the mayonnaise,
the Thing to swallow, with traps in the heart and cubes from the funnies faces?
I have walked up to make me come strange ideas on the places whether to go
and I have continued up to make me persecute for exuberance of footsteps allowed by some authorities.
I have made to turn low stools to repair the elbows to the counters middle world
and I have loved hundreds of wrong men because.
Because there is no solution without before making some problems, no, listen, listen.
That branch of magnolia that you have left me on the desk
had the body covered of a light down and possessed in itself the odor in the spring.
I have engraved him with your initials, small, but recognizable from your lovers.
I make her die of envy and they will be buried with theirs best blue on the other cheeks that you have known how to hand me.
(don’t go out with the wet hair)


The neck of your sweater has made me come desire to take a seat above of you, to give you the back.
For before.
If it is this the irresponsibility, you know.
I like to die.
Also this time I will survive to the history that will succumb under avalanches of non necessary vowels.
And.
And there is not elegant to the half and not even locomotion.
(you have the buttons that don’t correspond and the coat has become asimettrico as my breasts)


it doesn’t care, you must not worry yourself for me,
I know how to go out of it and the alleys blinds they know how to use so well the fingers
to read me the wrinkles and to understand what time,
I finally, smile.

Testo originale:

Dov’è finita la mia creatura dalla faccia liscia come
la maionese, la Cosa da ingoiare, con trappole nel cuore
e cubi dalle facce toste?
Ho camminato fino a farmi venire strane idee sui posti dove andare
e ho proseguito fino a farmi perseguitare per esuberanza di passi permessi da talune autorità.
Ho fatto girare bassi sgabelli per aggiustare i gomiti ai banconi di mezzo mondo
e ho amato centinaia di uomini sbagliati perché.
Perchè non c’è soluzione senza prima farsi dei problemi, no, listen, listen.
Quel ramo di magnolia che mi hai lasciato sulla scrivania
aveva il corpo ricoperto di una leggera peluria e possedeva in sé l’odore della primavera.
L’ho inciso con le tue iniziali (M.E.),
piccole, ma riconoscibili dalle tue amanti.
Le faccio morire d’invidia e saranno sepolte col loro migliore blu
sulle altre guance che hanno saputo porgermi.
(non uscire con i capelli bagnati)
Il collo del tuo maglione mi ha fatto venire voglia di sedermi sopra di te, darti la schiena. Per prima.
Se è questa l’incoscienza, sai.
Mi piace da morire.
Anche questa volta sopravviverò alla storia
che soccomberà sotto valanghe di vocali non necessarie.
E.
E non c’è fine ai mezzi e nemmeno locomozione.
(hai i bottoni che non corrispondono e il cappotto è diventato asimettrico come i miei seni)
Non importa, non devi preoccuparti per me,
so come uscirne e i vicoli ciechi sanno usare così bene le dita da leggermi le rughe e capire che ora,
finalmente,
io
sorrido.