Archive for the ‘storie minime’ Category

La morte del topo

sabato, giugno 12th, 2010

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Questa è la storia di un topo che ebbe una morta prematura,
una sepoltura insperata e un degno funerale.
Al topo fu dato un nome alla sua morte, un gesto assai controcorrente.
Della sua vita non si sa pressoché niente, se non che era di taglia piccola
e che sembrava dormisse invece d’esser trapassato, un oramai piuccheperfetto.

Questa è la storia di due amiche del cuore, di cui una orfana di mamma.
L’altra certamente no, perché io che sto scrivendo del topo la storia, sono sua madre.
I bambini hanno poteri nascosti e rendono la morte celeste,
la celebrano con solennità spicciola, la prendono sul serio,
danno alla morte una sorta di principio,
mai una vera fine. Non è un gioco e un momento delicato,
impone parole che abbiano un certo peso, ma capaci di lievitare come torte.

La bambina che non è mia figlia ha usato le stesse parole che ha ascoltato un giorno di ottobre
di due anni fa e le ha regalate al topo che se n’è volato in cielo, rispedito ad un mittente
immaginifico e divino, il pensiero di un bambino.
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L’educazione elementare

domenica, giugno 6th, 2010

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Jacques non è il suo nome,
i bambini cinesi cambiano nome per permettere ai francesi
- notoriamente non dotati per l’apprendimento e la pronuncia di lingue straniere -
di essere chiamati con agio e naturalezza.
Dunque Jacques in realtà si chiama 欧文.
Era teso ed aveva le orecchie rosse,
gli occhiali continuavano a scivolargli sul naso
e la mina della matita si spezzava sul piu bello.
Ogni tanto guardava sua madre come a chiedere pietà,
ma lei aveva l’aria di chi la pietà non l’ha avuta a sua volta, anni prima.
Jacques deve accordare il verbo al soggetto,
il soggetto è femmina e quindi necessita di una e supplementare.
La bambina bionda è seduta vicino a Lise,
che non si chiama Lise perché è cinese e alla sua sinistra c’è Thomas,
bambino seduto fra le nuvole, lontano anni luce dagli accordi terreni.
Guardo tutti quei capini chini sui quaderni,
guardo la cartina geografica della Francia,
la maestra cattiva quasi in pensione che ora sembra aver voglia che tutto sia finito,
anche questo ruolo che l’appaga più.
Hanno dato la straordinaria possibilità a me genitore di assistere a questo spettacolo educativo.
Ne avrei fatto a meno, ma ora forse capisco un po’ di più.
Quando ero bambina ho sempre voluto diventare grande
ed ora che lo sono non vorrei più diventare bambina, almeno quella bambina che visse i miei anni.

(appunto scritto due anni fa, dopo una convocazione alla scuola elementare di mia figlia per capire da vicino
i metodi dell’insegnamento francese)

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chinese+child

Le quinze

sabato, maggio 1st, 2010

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VI-BE-People
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Era un grosso bipede malconcio che teneva stretto in braccio
un faldone di carte come fosse un neonato.
Aveva perso tutte le speranze,
gli erano cadute dalla testa ed ora
giacevano ai suoi piedi, come mai avevano fatto con lui le ragazze, probabilmente.

Aveva v e r a m e n t e bisogno che gli rimborsassero gli occhiali.
Gli occhiali da vista costano un occhio della testa, avrà pensato senza allegria.
L’impiegata era enorme e la sedia da ufficio era visibilmente sotto pressione.
Un cuoricino d’oro stava soffocando fra i suoi due grandi seni sudati,
fosse stato un crocefisso sarebbe parsa una pornobestemmia.
Senza alcun preavviso l’uomo prese a singhiozzare,
facendo colare dal suo naso del muco trasparente e riappropriandosene con rumorose inspirazioni.
La donna dal cuoricino ormai morto gli fece notare che lui era il numero quindici
e che c’erano almeno altre ventisette persone che attendevano il loro turno.
Io ad esempio, che ero le seize, il sedici.

L’amministrazione francese ama mietere vittime innocenti,
e non c’è stagione ideale per farlo, come avviene per il grano.
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Meravigliarsi

lunedì, aprile 19th, 2010

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faccia con impronta, Cecilia 2009
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è quell’attitudine allo stupore epidermico
quel brivido introverso che ti allarga gli occhi d’impercettibili centimetri,
ti scompone lo sguardo in un caledoscopio d’innumerevoli io a bocca aperta

a Formentera ero tua passeggera sopra quella moto a dune,
ad ogni chilometro
perdevo coscienza davanti a quello spettacolo di erbe lunghe,
verdi, miracolate dal sole
e svenivo d’amore con la bocca piena di moscerini,
non complice e complice la velocità moderata e lo smoderato uso di hierbas

La luce dell’isola era perfida
per qualsiasi istruzione sul buon senso
ed io m’innavoravo ignorante e subdola
perché sapevo che non vedevi l’ora
di buttare via le tue braccia nel mio collo cestino

E

Oggi mia figlia era nel penultimo vagone della linea 8
e la vedevo pensare, misteri confusi
le attraversavano gli occhi come minuscole raffiche di vento immaginato

dietro di lei tre bambini ebrei con basette lunghe e kippah,
un nero vestito di giallo, una donna indiana coi baffi
e un signore di certo cinese con una busta piena di cavoli.

La meraviglia di vivere fra gente diversa,
la mervaglia di stare in questo ed altri mondi

Questo modo di crescere fa diventare grandi.

Io lodo tutto ciò che non mi assomiglia,
si allenano gli occhi, si considerano altri piani.

Storia d’amore e di parole

giovedì, marzo 11th, 2010

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les mots di cecilia
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Ho sollevato un asse del parquet
e sotto c’era un tesoro
era di Monsieur Levreux, il primo proprietario
Non c’erano monete, ma parole

passeggiare, panchina, Marguerite, prole

e un fazzoletto di seta, verde con rombi precisi e forse pari

l’imbarazzo è salito in perlage,
come un miliardo di occhi indiscreti

Ho aspettato il tramonto, tesa,
e quando la luna si è messa di sbieco
dividendo in due la stanza
ho preso scopa e paletta
e le ho raccolte

neve, profumo, soglia

e ancora

iniziali, albero, promessa

ciliegie, lava, riparo, gomiti, ginocchia

Poi ne ho vista una piccola scappare,
perdendo un punto esclamativo.
Quello si è impigliato a un nodo del tappeto.
Ho seguito la sua corsa, sotto il tavolo, la madia,
il lavandino

rotolova lungo il corridoio,
sembrava indiavolata,

una parola piccola e dannata

Sudando, l’ho acchiappata, l’ho stretta nel pugno,
per non farmela scappare.

Il suo cuore minuscolo di vocabolo in fuga batteva fioco.
La perdita dell’esclamazione l’aveva indebolita.
Sarebbe vissuta solo ancora un poco

Ho aperto piano il palmo appiccicato di sudore
e tra il medio e l’anulare, ecco che c’era scritto:

f i n e

(che dolore)
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Quasi fosse sera, notte, stelle a manciate, cupo rosso di una collina che s’è mangiata il sole.

martedì, marzo 9th, 2010

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E ricomincerò daccapo,
spaziando le interlinee, pensando a te,
ragazzo, che mi piacevi da morire,
solo che a quell’età non ci si pensa per davvero,
a morire e nemmeno a piacere
Si vive di piccole attese, di battiti accelerati,
di curve improvvise, di sbalzi d’umore.
Poi ci si accorge che gli altri hanno fatto così,
come i nostri genitori,
e allora si fa così anche noi e si sceglie.
Una donna, un uomo, che non fanno per noi,
contrari al comune senso
del buonsenso, non parlo del pudore,
quello viene dopo, quando si capisce che
c’eravamo sbagliati.
E allora, via, si cuciono le asole, perché i bottoni
non ci passano più e tanto vale prender freddo,
sentire il vento che trapassa, remoto
e cinge la cassa toracica nel senso ampio di una
solitudine necessaria, fatta d’echi e canzonette,
salutare:

Addio

E ricomincerò daccapo,
amando alla rinfusa, quasi fossi in una fiera di paese,
bendata, cercando di colpire la pentolaccia,
sperando in petali di rose e suggestioni,
evitando luoghi comuni,
viaggiando col gomito fuori dal finestrino,
come i cafoni prima di Melegnano, in coda,
quasi fosse il diciotto di agosto, quasi fosse casa,
buongiorno portinaio, dove sei amore.

Quasi fosse sera, notte, stelle a manciate, cupo rosso
di una collina che s’è mangiata il sole.
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mosso stato civile

domenica, febbraio 28th, 2010

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La casa è al quinto ed ultimo piano, edificio B, diciannovesimo secolo.
Quando sono nel mio letto e guardo il soffitto vedo il cielo,
di giorno quadro con nuvole o turchino, di notte nero,
nero con luna o nero con stelle.
La scelta dipende dal tempo,
e anche in questo caso è vero.
Non abbasso l’oscurante, guardo, penso, non dormo, sento
il vento che passa forte dal camino;
sento la tempesta che si accanisce contro i davanzali, sento
qualcuno che ride facendo le scale.

Sono tesa, acuta, ho tutti i sensi ancora all’erta,
tracce di adrenalina che salgono in superficie, come bollicine,
Dovrei essere stanca, dovrei essere morta.
La partenza della ragazzina bionda ha messo a dimora una parte
del mio cervello, acquietato certe ansie, dilatato il tempo,
in questi ultimi, furiosi giorni.
Ore in latex, appiccicate al corpo,
non lo facevano respirare, lo costringevano,
lo facevano sudare di nascosto.
Ho perso molto peso e ho vestiti larghi, indolenti.
La mia nuova condizione è suscettibile
di continue modifiche in tempo reale.
Sono veloce, sono desiderabile, sono libera, sono poco disponibile.
Piango orizzontale, rido verticale, commetto stranezze.

Ho parlato con la ragazza del bistrot,
la socia della moglie del poliziotto.
Ho mangiato là un pezzo di formaggio
e ho bevuto un bicchiere di vino, al bancone.
Mi ha detto che dovrei passarla a trovare più spesso
Questa sera mi ha chiesto cosa ne pensassi degli animalisti.
L’ho trovata una domanda insolita,
per modalità d’inserzione nel discorso.
per vaghezza d’intenti,
per mancanza di associazione di frasi e idee.
Poi mi si è avvicinata e mi ha detto:

La cosa che più mi piace al mondo è la corrida.

L’ho guardata, le ho sorriso.

Di tutte le confessioni, mi è parsa la più innocente.

Ho pensato al toro, al torero, alle banderillas conficcate nella carne,
al mantello di pelo, nero di sangue, al pubblico,
alle orecchie mozzate e alle mie, ancora attaccate,
che sentivano che fuori aveva ricominciato a piovere forte.

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Laundry’s night

giovedì, febbraio 25th, 2010


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mollette a fuoco.

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Ogni oblò aveva il suo roteante panorama.
Lenzuola e calzini, mutande e federe.
Asciugamani, impudiche mutande sotto gli occhi
di un pubblico di stanchi viandanti col culo
su mattonelle standard e pensieri poco profondi.
Pensieri di cibo e connessioni, di come fare, di come svoltare,
di come restare, di come cambiare.
Di come proseguire senza dare nell’occhio del ciclone.
La mia anima vagava nella tormenta
di una brevissima estasi di black-out cerebrale.
Divenuta insensibile ai rumori del dentro, del fuori,
mi concentravo sulle istruzioni di come condurre a buon fine
un ciclo di lavaggio quando è successo quello che sempre succede
in una beautiful laundrette.
E’ entrato un senzatetto, senza nemmeno biancheria da lavare
che giustificasse la sua presenza.
Si è seduto vicino a me e mi ha chiesto come stavo.
Gli ho risposto gentilmente che stavo meglio nel 1998.
Lui mi ha sorriso e credo che abbia capito che mi mancava
un certo tipo di materia, quello di cui è fatta la fortuna,
una sorta di fango celeste impastato di costole
e bei passaggi di letteratura, di carne e sospiri.
Mi ha prestato il suo giornale metropolitano di ieri.
L’ho ringraziato e ho cominciato a leggere l’oblò
della macchina asciugatrice numero 14
che mi ha raccontato un sacco di storie umide.
Della vita prendo tutto, anche quello che altri non vorrebbero.
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domenica, gennaio 17th, 2010

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Ho messo via Checov, ho riposto in un vaso di cartone i fiori blu di Queneau
e la loro traduzione di Calvino.
Ho spinto giù in verticale Darkness Visible, A Memoir of Madness, di Styron.
E’ stata una bella mossa: ha inchiodato i Radiodrammi di Dürrenmatt e ha messo a proprio agio Eschilo e la sua Orestea.
29 cartoni di libri, i tuoi.
In qualcuno c’erano delle mie dediche, non avrei dovuto aprirli.

1997, All’Esselunga, fra una trota salmonata ed un’insalata belga
ho pensato che questo libro avrebbe fatto per te.
Ti amo e pensavo di esserci riuscita anche prima di averti incontrato (che imprudente, che ottimista).

La nostra storia non finisce qui,
continuerà con qualche vicolo cieco e qualche falce di luce che illumina di traverso il pavimento,
una delle cose che ci emozionava.
Continuerà con le lenzuola che mi hanno sentito urlare il 20 di ottobre,
proseguirà con qualche fiction in prima serata,
con qualche lampo di rabbia che rischiara le corna ammucchiate nel camino,
che non bruceranno mai più, ma che sono state pesanti sulla mia nobile, nobile testa.

La nostra storia finisce, come tutte le storie.
Qualcuno si addormenterà, succhiando ancora il suo dito,
qualcuno si sveglierà perché il cuore della notte sembrerà scoppiare,
qualcun’altro cercherà di ricordarsi il nome di un piano di cucina svedese.
Perché certe cose vanno fatte ed altre vanno messe da parte.
Ma son cose della vita e la vita, quando c’è, si fa sentire.
Perfortuna.
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(Parigi, preparazione del trasloco del 28 gennaio 2010)
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“Soffre veramente solo chi soffre senza testimoni”

lunedì, gennaio 4th, 2010

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madonna e cane
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Oggi ho riconosciuto quello sguardo.
Era un cane grande, il resto di una bestia che avrebbe amato andare a caccia
e che ha trascorso la sua vita fra un divano ed una ciotola sempre piena di crocchette per cani sportivi.
Aveva appena evacuato un chilo di escrementi ben concepiti:
un multiforme serpente con la testina piccola eretta a sfidare il cielo di questa Parigi fredda e pungente.
L’operazione lo aveva ingentilito e – pur in quella posizione incerta -
aveva l’aria di una creatura infine liberata,
gli occhi impercettibilmente volti all’ingiù, come se gli si stesse infliggendo un dolore dolce,
di quel male che precede un orgasmo potente.
Dunque era fatta.
Ma il fato non è mai un fato compiuto e il nemico può nascondersi anche fra le dita della persona amata.
La sua vecchia padrona con un inaspettato piegamento elastico sulle ginocchina nodose
aveva risucchiato le feci con un colpo di mano degno di un baro.
Un cestino per riposare in pace, un sacchetto come bara.
Le feci fecero la loro scomparsa.
Il cane non ebbe nemmeno il tempo di dar loro un ultimo saluto:
della sua creazione non v’era più traccia, solo una chiazza piccola di asfalto sudato.
L’animale parve incredulo e per darsi un contegno annusò le calzature della donna,
un paio di doposci appartenuti a Zeno Colò.
Poi volse lo sguardo verso il cielo fissando la stessa stella
che aveva guardato il suo stronzo prima di sparire.
Si è poi allontanato e, non visto, ha citato Marco Valerio Marziale.
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(riflessione sull’inutilità del godere nella vita se poi si viene privati
di una qualsiasi prova dell’avvenuta felicità)
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