Archive for the ‘Metamorfosi’ Category

Generazione, generazioni

martedì, agosto 3rd, 2010

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Ragazza drammatica

Ragazza drammatica

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Bambina felice

Bambina felice

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venerdì, luglio 23rd, 2010

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cecy
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Ed io

sabato, luglio 17th, 2010

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B. Berenika
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Questa sera camminavo svelta, avevo Parigi stretta addosso
e la malinconia dell’emigrante che mi ballava fra le scapole,
come fossero un paio d’ali pesanti e mosce, inservibili.
La schiena sudava e ill passo si faceva sempre più pesante,
metro dopo metro la strada si allungava e la mèta pareva non diventare mai traguardo.

Ci sono giorni acuti come angoli in cui ho bisogno di dio, o almeno della sua apparenza.
Non si manifesta e gliene sono grata
perché mi metterebbe paura e io di paura ne ho provata già abbastanza.
Stasera l’ho scovato nel rosso di un’anguria, si era trasformato in semi,
due, per la precisione.
Aveva dato al cocomero una faccia,
i due semi erano i suoi occhi e mi guardava severo,
proprio come ci si aspetta da un dio quando dietro di noi la coda di paglia fa rumore di saggina.

E spazza ogni cosa, senza tener conto dell’insofferenza,
delle nostre prigioni quotidiane,
della sofferenza degli Imperfetti.
Ebbene, l’ho lasciato là.
E me ne sono tornata a casa con mezzo chilo di albicocche.
Spesso sono in collera con dio, ma solo perché mi risponde a tono e molto dopo la mia rabbia.

I grandi uomini non finiscono mai, continuano nelle nostre teste. Le parole che hanno scritto lavorano dentro di noi tutta la vita per renderci migliori.

sabato, giugno 19th, 2010

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L’educazione elementare

domenica, giugno 6th, 2010

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Jacques non è il suo nome,
i bambini cinesi cambiano nome per permettere ai francesi
- notoriamente non dotati per l’apprendimento e la pronuncia di lingue straniere -
di essere chiamati con agio e naturalezza.
Dunque Jacques in realtà si chiama 欧文.
Era teso ed aveva le orecchie rosse,
gli occhiali continuavano a scivolargli sul naso
e la mina della matita si spezzava sul piu bello.
Ogni tanto guardava sua madre come a chiedere pietà,
ma lei aveva l’aria di chi la pietà non l’ha avuta a sua volta, anni prima.
Jacques deve accordare il verbo al soggetto,
il soggetto è femmina e quindi necessita di una e supplementare.
La bambina bionda è seduta vicino a Lise,
che non si chiama Lise perché è cinese e alla sua sinistra c’è Thomas,
bambino seduto fra le nuvole, lontano anni luce dagli accordi terreni.
Guardo tutti quei capini chini sui quaderni,
guardo la cartina geografica della Francia,
la maestra cattiva quasi in pensione che ora sembra aver voglia che tutto sia finito,
anche questo ruolo che l’appaga più.
Hanno dato la straordinaria possibilità a me genitore di assistere a questo spettacolo educativo.
Ne avrei fatto a meno, ma ora forse capisco un po’ di più.
Quando ero bambina ho sempre voluto diventare grande
ed ora che lo sono non vorrei più diventare bambina, almeno quella bambina che visse i miei anni.

(appunto scritto due anni fa, dopo una convocazione alla scuola elementare di mia figlia per capire da vicino
i metodi dell’insegnamento francese)

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chinese+child

martedì, maggio 25th, 2010

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Cosa

lunedì, maggio 17th, 2010

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berenika
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Cosa non ho fatto per amore,
ho spalancato l’atlante per cambiare aria, spiccato il volo, spaccato il mondo,
saltato negli stagni, eseguito gli ordini, abbassato la testa,
ho pianto da sola a Porta Genova,
ho regalato il mio cuore rosso in banca, cambiato città,
illuso i gentili, abbaiato e morso, riso in Piazza Vittorio,
commesso reati contro il mio patrimonio,
abusato di paesaggi, nascosto panorami, seminato.
Cosa non ho fatto per amore,
ho lasciato perdere io che non ce la faccio mai,
ho cenato in certi ristoranti cinesi per donne disperate
tanto le luci facevano schifo,
ho cambiato paternità alla mia lingua madre,
ho imparato a piegare le cartine stradali tra Berna e Istanbul,
ho parcheggiato di notte in posti molto vietati,
ho perso un sacco di chiavi, di borse,
ho tradito il codice per tre volte all’alba
e ho visto sparire il bancomat,
ultima speranza di un’estate portoghese.
Cosa non fatto per amore,
ho svelato le calze a capodanno
come fossero segreti fra banditi,
sfilato abiti come carri allegorici,
ho contato tutti i fiori della tappezzeria di una camera d’albergo,
ho rinunciato, continuato, esagerato, spento.
Ho chiuso col mondo e ho dinoccolato le ginocchia
raggiungendo il niente a perdifiato.
E ti ho amato, perbacco, se ti ho amato.
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domenica, maggio 9th, 2010

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collo lungo


(niente e nessuno, signora, sono un giocoliere, un uomo senza speranza che vive di speranze, un impostore che dorme al buio e vive anche, un cacciatore di teste mozzate, un fuoribordo, Sono quell’uomo che hai sempre voluto amare e che mai potrai perché se ne va quando fa buio in sala, sono il sale del mare che resta sullo scoglio quando la marea si ritira e la battigia scopre i denti, sono il capitano, il baro, il povero pirla, sono quell’uomo che hai amato di nascosto, sono io, io quello che sembri tu, talvolta e in modo circospetto, sono il fanfarone, il nullatenente, il pocomaresciallo, sono uno sciacallo. Sono.
Soprattutto sono il sonoro del tuo film, sono la pasta d’acciughe quando il burro si sente solo, sono la tempesta e tutti i pescespada, sono Nerone e il quartetto Cetra, sono colui il quale non ti farà dormire perché ti moltiplicherà domande come montoni e risposte senza certezze, illusioni.
Sono quello che sa fare male, come spingo io sui lividi non c’è nessuno, sono l’aurora, il gallo, il maiale, sono il superdotato di banane altroconsumo, sono consunto, vecchio, giovane e malato, sono a poca distanza dalla riva, sono qui e nemmeno così vicino, sono il tuo cubetto di ghiaccio che sa di vodka, la tua apprensione, ogni tuo desiderio, sono l’uomo nero, la bandiera bianca dell’arresa, sono una sporta della spesa, sono te e lei e le braccia conserte, sono inerte, una spugna, un ideale, un urlo, un cacciatorpediniere qualsiasi in questa battaglia navale, amore, che siamo noi due.
Affondati)

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mercoledì, maggio 5th, 2010

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Non ci sono più rovine.
Non c’è traccia d’usura, di corruzione di materia,
di consunzione, di passaggio.
Il tempo, il tempo lo sostituiscono con materiali innovativi.
Questi industriosi industriali delle nuove tecnologie,
del nuovo che avanza, dell’efficienza.
Rimpiango il modernismo,
il mio cuore liberty scolpito nelle onde delle pietre catalane.
Quegli sciagurati sono uomini cresciuti ad arcopal, ci scommetto.
Queste persone frettolose hanno avuto zie
che sostituivano i servizi buoni con quelli infrangibili, ne sono certa.
Certissima.
Ora il degrado urbano sono cose nuove malandate,
strutture consumate precocemente dalla loro stessa inadeguatezza,
abusi edilizi e di pazienza.
Non più muri sbrecciati, non lamiere, non perimetri bruciati,
resti di fondamenta.
Tutto si copre, si modifica, si migliora .
Fanno così anche con le facce.
Le quarantenni sono state cancellate, ci sono le prugnette distese,
le vacche serene, il trionfo della negazione della menopausa.
Non c’è più dignità nel passaggio del tempo,
c’è solo fretta di dimostrare che il tempo è una menzogna,
un lusso per poveri, un abbandono.
Ebbene, io concludo che rimpiango la ruggine.
Rimpiango la ruggine, il suo colore, la sua tenacia,
il suo spuntar dovunque, la sua promiscuità.
Certe naturalezze ora si chiamano calamità.
Ciò che cresce indisturbato, si disturba.
Anni, cognizione, coscienza, lungimiranza, passione.
Abbiamo sviluppato La Vergogna del Segno,
tutto viene cancellato, sostituito,
evaso per sempre, scordato a mai più.
La memoria ringiovanita non è più memoria,
signori del tempo che non fu.
Diventa alibi per bugiardi, movente per incantatori,
denaro per appaltatori ingordi.
Io non sono che un povero resto di donna,
una persona.
E come tale mi consumo.
Abbiamo dimenticato il dio della fede in noi stessi,
uno fra i più credibili, quello a cui costa poco oppure tanto,
dare  fiducia.
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Pages

mercoledì, aprile 28th, 2010

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3315-56741
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A pagina tre eri sfuggente,
facevi fumare la testa e sopra di te roteavano scintille e indovinelli bagnati di saliva.

A pagina sette guardavi fuori dalla finestra col bacino appoggiato ad una balaustra appagata,
haussmanniana per indole, rigida per storica convenzione.
Il tuo sedere era magnifico, la tua postura eccellente, la tua nuca misericordiosa di baci.

Tre giorni invevaso sul comodino.
La realtà impone impegni poco interessanti.

A pagina otto un mistero inatteso avvolge pagina otto e a pagina nove lei,
ovvero io, arriva molto trafelata alla Gare Saint-Lazare.

A pagina dieci lei ha un vestito di seta e un foulard in testa.
A vederla, a vedermi, si direbbe una donna dell’est, mi direi.

A pagina undici lui è in ritardo.

A pagina dodici lei gliela fa pagare e non apre il libro, strategica ed orgogliosa.

A pagina tredici nessuno parla più.
Nemmeno a pagina quattordici.

A pagina quindici gli occhi negli occhi, la carne mischiata alla carne,
kleenex dappertutto e nemmeno otto ore di sonno.

A pagina sedici tornano il cielo, le panchine e la Senna grigia
come certe nuvole capaci d’ingannare il tempo come certi pensionati.

Ta gueule, ma gueule.
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