Archive for the ‘riflessioni filosofiche’ Category

Faccia lei

domenica, agosto 1st, 2010

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Correva l’anno duemilaquattro e, in contemporanea con la Medea di Peter Stein,
in cui recitava il mio ex consorte,
a Siracusa si svolgevano le elezioni amministrative.
La città era ricoperta di piccoli santini,
dove i candidati si proponevano, in modi e parole diversi, ai loro concittadini.
Io ebbi cura di raccoglierne alcuni e di incollarli ad un quaderno che porto sempre con me in viaggio.
Loro sono sopravvissuti, anche alle loro idee, probabilmente.
Mi ha attratto la molteplicità di visi, di cognomi, d’intenzioni,
di ammiccamenti, di promesse, di solennità.
Prego i lettori di non fare commenti volgari in quanto ho profondo rispetto per tutta l’umanità
e questo mio vuol essere solo un piccolo documento
per riflettere sui tempi che cambiano e che crediamo di cambiare.

Do you now Cioccolattini, the italian restaurant that Massimo told me?

venerdì, aprile 9th, 2010

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Il ragazzo italiano aveva vent’anni
e l’entusiasmo di chi ha ancora i lineamenti intatti e solo 512 MByte di memoria.
La sua amica inglese non conosceva Cioccolattini,
ma suggeriva di cenare sul Pont des Arts con un paio di sandwich francesi.
Il signore davanti a me dormiva o cercava di riuscirci.
Aveva l’espressione tesa, due solchi sulla fronte.
Se la camera avesse preso un primo piano solo del suo viso
si sarebbe potuto immaginare che stesse subendo
un’ispezione rettale con un guanto in porfido.
Un ragazzo grasso mi stava guardando da una manciata di minuti,
me ne ero accorta per un rapido incrocio di occhi.
I miei si sono dati alla fuga ed i suoi m’imploravano di sostare.
Non ho mai avuto uomini grassi, non ho mai avuto uomini magri.
Non pulisco mai le mie scarpe.

Ho voglia di andare al mare,
ma ho paura che appoggiando la conchiglia all’orecchio,
io non riesca a sentire più niente.
La montagna mi rende vertiginosa.
Qualcuno tossisce senza mano davanti alla bocca
e nuvole di agenti contaminanti s’insediano nel metro,
un paio di faraginosi prende in ostaggio la gola di una vecchia già predisposta a morire
e dunque presa come Esempio di Stanchezza.
Io ho finito le liquirizie e questa cosa non mi rallegra.
Davvero è tutto qui?

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mercoledì, marzo 24th, 2010

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Per qualche uomo sembra che il tempo lasci solo segni e ingiurie,
ma mai esperienza.
Il tempo dovrebbe servire anche per segnare.
Minuti preziosi, ore per imparare.
Rigori, rigore.
E invece no.
A venti ero brufoloso e prepuziente,
a trenta veloce e vorace,
a trentacinque magari un figlio e a quaranta meglio che mi sbrighi.
Poi un uomo ha il tempo che si ribella e gli passa al contrario.
E quindi a cinquanta chimica prepuziente,
pelle liscia e necessità primordiali,
cinquantacinque diodammi l’alito fresco e svariati campi da tennis
ove vincere con un pubblico minorile,
sessanta grazie al progresso mangio mele verdi e non ci lascio i denti attaccati,
sessantacinque che bello nuotare in Croazia senza il fiatone,
settanta la pelle in esubero la nascondo con il cachemire e
ottanta muoio almeno la smetto di essere ridicolo.
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Laundry’s night

giovedì, febbraio 25th, 2010


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mollette a fuoco.

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Ogni oblò aveva il suo roteante panorama.
Lenzuola e calzini, mutande e federe.
Asciugamani, impudiche mutande sotto gli occhi
di un pubblico di stanchi viandanti col culo
su mattonelle standard e pensieri poco profondi.
Pensieri di cibo e connessioni, di come fare, di come svoltare,
di come restare, di come cambiare.
Di come proseguire senza dare nell’occhio del ciclone.
La mia anima vagava nella tormenta
di una brevissima estasi di black-out cerebrale.
Divenuta insensibile ai rumori del dentro, del fuori,
mi concentravo sulle istruzioni di come condurre a buon fine
un ciclo di lavaggio quando è successo quello che sempre succede
in una beautiful laundrette.
E’ entrato un senzatetto, senza nemmeno biancheria da lavare
che giustificasse la sua presenza.
Si è seduto vicino a me e mi ha chiesto come stavo.
Gli ho risposto gentilmente che stavo meglio nel 1998.
Lui mi ha sorriso e credo che abbia capito che mi mancava
un certo tipo di materia, quello di cui è fatta la fortuna,
una sorta di fango celeste impastato di costole
e bei passaggi di letteratura, di carne e sospiri.
Mi ha prestato il suo giornale metropolitano di ieri.
L’ho ringraziato e ho cominciato a leggere l’oblò
della macchina asciugatrice numero 14
che mi ha raccontato un sacco di storie umide.
Della vita prendo tutto, anche quello che altri non vorrebbero.
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mutation et désir

mercoledì, febbraio 17th, 2010

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divano su strada

divelgo divago divengo divano

Mi chiedi di cosa io abbia bisogno.


Di un divano, chéri.
Qualcosa di comodo che abbia culo,
almeno lui.

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martedì, gennaio 26th, 2010

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tre espressioni, hansyo
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Quello che mi è molto chiaro in questa sesta mia vita è che me ne resta una, una sola.
Mi sono anche concessa alcune variazioni sul tema.

Ci si preoccupa moltissimo per eventi che non hanno infine alcuna importanza.

Tre, principalmente, le questioni in cui ci si dibatte,
nemmeno fossimo pesciolini in procinto di morire in due dita d’acqua di mare caldina,
avvolti dal rosso violento di un secchiello decorato da gattine che salutano Kitty.
Hello!

La prima è ben rappresentata dalla fotografia che ritrae l’uomo numero uno:

farò bene?
Аз ще правя добре?
Udělám to dobře?

La seconda, figlia della prima, è la paralisi temporanea generata della scelta compiuta.
Ci si rende conto che la decisione è stata presa.
Qui è illustrata dalla seconda immagine del nostro trittico coi baffi.

La terza è il Sollievo.
La terza immagine ci si svela come Chiarificatrice.

Ebbene, s’indugia per poco, ci si paralizza per nulla e ci si rende poi conto che tutto passa,
tutto finisce, tutto ricomincia daccapo.

Ed in fondo è per quei daccapo che si continua.

Altrimenti, fine della storia.

“Soffre veramente solo chi soffre senza testimoni”

lunedì, gennaio 4th, 2010

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madonna e cane
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Oggi ho riconosciuto quello sguardo.
Era un cane grande, il resto di una bestia che avrebbe amato andare a caccia
e che ha trascorso la sua vita fra un divano ed una ciotola sempre piena di crocchette per cani sportivi.
Aveva appena evacuato un chilo di escrementi ben concepiti:
un multiforme serpente con la testina piccola eretta a sfidare il cielo di questa Parigi fredda e pungente.
L’operazione lo aveva ingentilito e – pur in quella posizione incerta -
aveva l’aria di una creatura infine liberata,
gli occhi impercettibilmente volti all’ingiù, come se gli si stesse infliggendo un dolore dolce,
di quel male che precede un orgasmo potente.
Dunque era fatta.
Ma il fato non è mai un fato compiuto e il nemico può nascondersi anche fra le dita della persona amata.
La sua vecchia padrona con un inaspettato piegamento elastico sulle ginocchina nodose
aveva risucchiato le feci con un colpo di mano degno di un baro.
Un cestino per riposare in pace, un sacchetto come bara.
Le feci fecero la loro scomparsa.
Il cane non ebbe nemmeno il tempo di dar loro un ultimo saluto:
della sua creazione non v’era più traccia, solo una chiazza piccola di asfalto sudato.
L’animale parve incredulo e per darsi un contegno annusò le calzature della donna,
un paio di doposci appartenuti a Zeno Colò.
Poi volse lo sguardo verso il cielo fissando la stessa stella
che aveva guardato il suo stronzo prima di sparire.
Si è poi allontanato e, non visto, ha citato Marco Valerio Marziale.
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(riflessione sull’inutilità del godere nella vita se poi si viene privati
di una qualsiasi prova dell’avvenuta felicità)
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