Archive for the ‘indulgenza e poesia’ Category

La morte del topo

sabato, giugno 12th, 2010

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Questa è la storia di un topo che ebbe una morta prematura,
una sepoltura insperata e un degno funerale.
Al topo fu dato un nome alla sua morte, un gesto assai controcorrente.
Della sua vita non si sa pressoché niente, se non che era di taglia piccola
e che sembrava dormisse invece d’esser trapassato, un oramai piuccheperfetto.

Questa è la storia di due amiche del cuore, di cui una orfana di mamma.
L’altra certamente no, perché io che sto scrivendo del topo la storia, sono sua madre.
I bambini hanno poteri nascosti e rendono la morte celeste,
la celebrano con solennità spicciola, la prendono sul serio,
danno alla morte una sorta di principio,
mai una vera fine. Non è un gioco e un momento delicato,
impone parole che abbiano un certo peso, ma capaci di lievitare come torte.

La bambina che non è mia figlia ha usato le stesse parole che ha ascoltato un giorno di ottobre
di due anni fa e le ha regalate al topo che se n’è volato in cielo, rispedito ad un mittente
immaginifico e divino, il pensiero di un bambino.
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Le cose graziose

venerdì, giugno 11th, 2010

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bagno
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Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa

Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi

testa e foce

giovedì, giugno 3rd, 2010

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cavalletta
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L’essere umano è una banda di miserabili,
qualche ulna,
delle radio chiassose, pomi d’adamo e porca eva.
La soglia del sorriso poco dopo diventa gola e giù ad ingoiare rospi, nel migliore.
Nel migliore dei casi, nel migliore dei modi.
Mi avevi detto che avrei potuto spedirmi in una valigia
tanto il mio corpo aveva l’indole della contorsione, ebbene.
Quando ti ho creduto sulla parola hai preso il tempo di leccare il francobollo inutile,
il Gronchi rosa che non portava da nessuna parte, il Nautilus Pompilius della mensolina,
sei diventato la fotografia fra le altre, la fortissima permanenza di un momento circoscritto.
Tu ed io, due persone capienti, contenitori di sospiri e di bugie,
luminosi di albume, di chiare battute a neve, una coppia di persone serie. Fra l’altro.
Quali sensazioni andavi cercando?
La strada di notte ci piace, piace ad entrambi due.
Oh
Facevi la faccia da dado quando ti gettavo fuori dal mio bicchiere di pelle: amami, ora.
Avresti voluto fossi la dama del fronzolo
e invece il mio cervello taglia come la carta che mi hai regalato per scrivere.
Non pensavi.
Tuttavia non farlo, nemmeno ora.
Io sono il tuo punto – che ridere – non hai mai dato importanza ad una buona cadenza.
E guardami ora, plano sui fogli con le mie dita delicate e bianche, povere di sangue, cariche di gesti.
La saliva ora scende, quale imperfetto, che verbo insopportabile nel posto sbagliato.
Eri bello nelle tue scarpe su misura, i talloni d’achille, mai stati così a loro agio.
Io, muta nellla mia straordinaria decadenza, ti guardavo dall’alto del mio marciapiede.
Non abbiamo mai.
Non abbiamo mai.

L’omero a braccio

domenica, maggio 30th, 2010

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Scuotila.

Che corra con le scarpe sbagliate
e dopo leccale i piedi,
falange dopo falange,
guardandola in bocca.
Mettile in mano gli occhi e in tasca il tuo sesso,
che possa ritrovarlo ogni volta che cerca le chiavi.
Rendile ludico il cammino, lubrico il sorriso, lento il passo,
falle dono del dio in errore,
quello che hai incontrato mentre non la stavi cercando.
Sporca la sua bandiera bianca come fosse biancheria,
che lei, no, non ce la fa più, lei no, non ce la fa più.
Quella tua donna è in procinto di dolore, di soccombere al candore,
è suscettibile di morte apparente.

Scuotila.
Dammi retta, se non puoi darle fiducia.
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Frida Staar (sotto dettatura)

Cosa

lunedì, maggio 17th, 2010

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berenika
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Cosa non ho fatto per amore,
ho spalancato l’atlante per cambiare aria, spiccato il volo, spaccato il mondo,
saltato negli stagni, eseguito gli ordini, abbassato la testa,
ho pianto da sola a Porta Genova,
ho regalato il mio cuore rosso in banca, cambiato città,
illuso i gentili, abbaiato e morso, riso in Piazza Vittorio,
commesso reati contro il mio patrimonio,
abusato di paesaggi, nascosto panorami, seminato.
Cosa non ho fatto per amore,
ho lasciato perdere io che non ce la faccio mai,
ho cenato in certi ristoranti cinesi per donne disperate
tanto le luci facevano schifo,
ho cambiato paternità alla mia lingua madre,
ho imparato a piegare le cartine stradali tra Berna e Istanbul,
ho parcheggiato di notte in posti molto vietati,
ho perso un sacco di chiavi, di borse,
ho tradito il codice per tre volte all’alba
e ho visto sparire il bancomat,
ultima speranza di un’estate portoghese.
Cosa non fatto per amore,
ho svelato le calze a capodanno
come fossero segreti fra banditi,
sfilato abiti come carri allegorici,
ho contato tutti i fiori della tappezzeria di una camera d’albergo,
ho rinunciato, continuato, esagerato, spento.
Ho chiuso col mondo e ho dinoccolato le ginocchia
raggiungendo il niente a perdifiato.
E ti ho amato, perbacco, se ti ho amato.
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domenica, maggio 9th, 2010

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collo lungo


(niente e nessuno, signora, sono un giocoliere, un uomo senza speranza che vive di speranze, un impostore che dorme al buio e vive anche, un cacciatore di teste mozzate, un fuoribordo, Sono quell’uomo che hai sempre voluto amare e che mai potrai perché se ne va quando fa buio in sala, sono il sale del mare che resta sullo scoglio quando la marea si ritira e la battigia scopre i denti, sono il capitano, il baro, il povero pirla, sono quell’uomo che hai amato di nascosto, sono io, io quello che sembri tu, talvolta e in modo circospetto, sono il fanfarone, il nullatenente, il pocomaresciallo, sono uno sciacallo. Sono.
Soprattutto sono il sonoro del tuo film, sono la pasta d’acciughe quando il burro si sente solo, sono la tempesta e tutti i pescespada, sono Nerone e il quartetto Cetra, sono colui il quale non ti farà dormire perché ti moltiplicherà domande come montoni e risposte senza certezze, illusioni.
Sono quello che sa fare male, come spingo io sui lividi non c’è nessuno, sono l’aurora, il gallo, il maiale, sono il superdotato di banane altroconsumo, sono consunto, vecchio, giovane e malato, sono a poca distanza dalla riva, sono qui e nemmeno così vicino, sono il tuo cubetto di ghiaccio che sa di vodka, la tua apprensione, ogni tuo desiderio, sono l’uomo nero, la bandiera bianca dell’arresa, sono una sporta della spesa, sono te e lei e le braccia conserte, sono inerte, una spugna, un ideale, un urlo, un cacciatorpediniere qualsiasi in questa battaglia navale, amore, che siamo noi due.
Affondati)

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lunedì, aprile 26th, 2010

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martello-2

Era cotone, cotone fra le braccia, breccia fra le vene,
uscieri che gridavano vendetta,
borse della spesa, nero di seppia, cieli in fiamme, camini,
vocazione, resistenza,
come se fosse vero, come se tutto questo dài e dài
ci desse soddisfazione, come se dovessimo essere riconoscenti
ai tradimenti dei nostri ideali, a vedere sul podio i veri perdenti,
gli infami che sorridono stringendo la coppa fra le mani,
mentre noi ci aggrappiamo alla quotidianità più disarmante.

Ieri sera guardavo le tue mani grandi capaci di costruire,
guardavo i tuoi occhi capienti, le tue spalle cariche di tragedie,
la forza immensa che trovi nell’edificio di te stesso,
la tua risata improvvisa,
come un gavettone fra cuore e collo.

Hai dovuto dare fuoco
alla tua testa
per poter uscire illeso dai tuoi credo

ti capisco, ho fatto lo stesso,
ma mi son fermata sul ciglio,
socchiudendo le palpebre nere di buio e mascara,
perché ancora non lo sai che non mi strucco
quando voglio andare a letto di corsa,
nuda, vestita, nei paraggi di un sogno.

Questa sera le nuvole sono nuvole,
mentre ieri sera erano draghi furiosi
sopra la nostra cena.

Non capiamoci mai,
che forse, quando si comincia a farlo,
non ci piacciamo davvero più.
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no, non ce l’ho

giovedì, aprile 8th, 2010

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Solo qualcuno è a conoscenza della mia capacità di trasformazione.
Al bisogno m’invento eroe di guerra, dama di compagnia,
fata, lolita e zia.
Volpe e cartone animato, serial killer, topo e insegnante di trombone.
Vampiro.
Discinta e in uniforme, bisognosa d’amore e sprezzante del pericolo.
Alfiere e damone, soprattutto infedele e crociata.
Una parola.

t’as une cigarette?

E il buio cola
cola e ammanta

scivola sullle fontane e sui muri di palazzi tesi,
borghesi, presuntuosi nella loro mole illuminata
fa neri i cancelli dell’Eliseo
con le inferriate lucidate luccicanti, illustri

le sedie del Jardin de Luxembourg vuote di sederi
le aiuole silenziose, il prato rigido di freddo
gli asini nelle stalle
gli alberi che sognano piume nuove fra le foglie

Il buio ingrassa la notte
e ingravida i pensieri

il cielo è nero d’astuzia e d’immobilità

t’as une cigarette?

E accesa rimango solo io
a guardare il declino di questa notte ruvida e casuale.

Babel is wrong

sabato, aprile 3rd, 2010

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Where is my creature ended from does it smooth as the mayonnaise,
the Thing to swallow, with traps in the heart and cubes from the funnies faces?
I have walked up to make me come strange ideas on the places whether to go
and I have continued up to make me persecute for exuberance of footsteps allowed by some authorities.
I have made to turn low stools to repair the elbows to the counters middle world
and I have loved hundreds of wrong men because.
Because there is no solution without before making some problems, no, listen, listen.
That branch of magnolia that you have left me on the desk
had the body covered of a light down and possessed in itself the odor in the spring.
I have engraved him with your initials, small, but recognizable from your lovers.
I make her die of envy and they will be buried with theirs best blue on the other cheeks that you have known how to hand me.
(don’t go out with the wet hair)


The neck of your sweater has made me come desire to take a seat above of you, to give you the back.
For before.
If it is this the irresponsibility, you know.
I like to die.
Also this time I will survive to the history that will succumb under avalanches of non necessary vowels.
And.
And there is not elegant to the half and not even locomotion.
(you have the buttons that don’t correspond and the coat has become asimettrico as my breasts)


it doesn’t care, you must not worry yourself for me,
I know how to go out of it and the alleys blinds they know how to use so well the fingers
to read me the wrinkles and to understand what time,
I finally, smile.

Testo originale:

Dov’è finita la mia creatura dalla faccia liscia come
la maionese, la Cosa da ingoiare, con trappole nel cuore
e cubi dalle facce toste?
Ho camminato fino a farmi venire strane idee sui posti dove andare
e ho proseguito fino a farmi perseguitare per esuberanza di passi permessi da talune autorità.
Ho fatto girare bassi sgabelli per aggiustare i gomiti ai banconi di mezzo mondo
e ho amato centinaia di uomini sbagliati perché.
Perchè non c’è soluzione senza prima farsi dei problemi, no, listen, listen.
Quel ramo di magnolia che mi hai lasciato sulla scrivania
aveva il corpo ricoperto di una leggera peluria e possedeva in sé l’odore della primavera.
L’ho inciso con le tue iniziali (M.E.),
piccole, ma riconoscibili dalle tue amanti.
Le faccio morire d’invidia e saranno sepolte col loro migliore blu
sulle altre guance che hanno saputo porgermi.
(non uscire con i capelli bagnati)
Il collo del tuo maglione mi ha fatto venire voglia di sedermi sopra di te, darti la schiena. Per prima.
Se è questa l’incoscienza, sai.
Mi piace da morire.
Anche questa volta sopravviverò alla storia
che soccomberà sotto valanghe di vocali non necessarie.
E.
E non c’è fine ai mezzi e nemmeno locomozione.
(hai i bottoni che non corrispondono e il cappotto è diventato asimettrico come i miei seni)
Non importa, non devi preoccuparti per me,
so come uscirne e i vicoli ciechi sanno usare così bene le dita da leggermi le rughe e capire che ora,
finalmente,
io
sorrido.

lunedì, marzo 15th, 2010

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fin qui nulla di nuovo
se non quella sensibilità indigesta che mi rende mansueta,
quasi fragile, una crisalide d’innocenza;

mi dissocio da me stessa,
ma mentre plano, da lontano
vado fiera di me:
una belva.

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(Parigi, attualmente. On air una musica che ora mi assomiglia)

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