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Correva l’anno duemilaquattro e, in contemporanea con la Medea di Peter Stein,
in cui recitava il mio ex consorte,
a Siracusa si svolgevano le elezioni amministrative.
La città era ricoperta di piccoli santini,
dove i candidati si proponevano, in modi e parole diversi, ai loro concittadini.
Io ebbi cura di raccoglierne alcuni e di incollarli ad un quaderno che porto sempre con me in viaggio.
Loro sono sopravvissuti, anche alle loro idee, probabilmente.
Mi ha attratto la molteplicità di visi, di cognomi, d’intenzioni,
di ammiccamenti, di promesse, di solennità.
Prego i lettori di non fare commenti volgari in quanto ho profondo rispetto per tutta l’umanità
e questo mio vuol essere solo un piccolo documento
per riflettere sui tempi che cambiano e che crediamo di cambiare.
. . . . . . .
L’amore costa.
E’ acquattato nelle parole, tende trappole e magnifici tranelli, lessico e temporali,
gola e precipizio.
L’amore vero non lo è mai, perché l’amore mente con gioia,
sbalordisce per quanto sia a suo agio con i forse, con i vedrai, i seppure e i mai.
Per alimentare la sua sopravvivenza l’amore si adatta,
può vivere senza acqua, senza pane, senza luce,
cresce dentro a un corpo estraneo , deforma i muscoli, abbassa le diottrie,
amplifica lo strazio del vuoto e quando lo colma, spaventa. L’amore.
Puro e laido, buio e universale,
che quasi se ne farebbe a meno avendolo provato.
L’amore costa.
E’ tana, giardino,
lo scandalo e l’assurdo, la strada, la ferrovia,
carne e macerie.
E in palio ci sono giorni da non dimenticare ed è per questo che non ci scordiamo.
Non ci scordiamo mai d’amare.
. . . . . . .
Questa sera camminavo svelta, avevo Parigi stretta addosso
e la malinconia dell’emigrante che mi ballava fra le scapole,
come fossero un paio d’ali pesanti e mosce, inservibili.
La schiena sudava e ill passo si faceva sempre più pesante,
metro dopo metro la strada si allungava e la mèta pareva non diventare mai traguardo.
Ci sono giorni acuti come angoli in cui ho bisogno di dio, o almeno della sua apparenza.
Non si manifesta e gliene sono grata
perché mi metterebbe paura e io di paura ne ho provata già abbastanza.
Stasera l’ho scovato nel rosso di un’anguria, si era trasformato in semi,
due, per la precisione.
Aveva dato al cocomero una faccia,
i due semi erano i suoi occhi e mi guardava severo,
proprio come ci si aspetta da un dio quando dietro di noi la coda di paglia fa rumore di saggina.
E spazza ogni cosa, senza tener conto dell’insofferenza,
delle nostre prigioni quotidiane,
della sofferenza degli Imperfetti.
Ebbene, l’ho lasciato là.
E me ne sono tornata a casa con mezzo chilo di albicocche.
Spesso sono in collera con dio, ma solo perché mi risponde a tono e molto dopo la mia rabbia.
. .
Questa è la storia di un topo che ebbe una morta prematura,
una sepoltura insperata e un degno funerale.
Al topo fu dato un nome alla sua morte, un gesto assai controcorrente.
Della sua vita non si sa pressoché niente, se non che era di taglia piccola
e che sembrava dormisse invece d’esser trapassato, un oramai piuccheperfetto.
Questa è la storia di due amiche del cuore, di cui una orfana di mamma.
L’altra certamente no, perché io che sto scrivendo del topo la storia, sono sua madre.
I bambini hanno poteri nascosti e rendono la morte celeste,
la celebrano con solennità spicciola, la prendono sul serio,
danno alla morte una sorta di principio,
mai una vera fine. Non è un gioco e un momento delicato,
impone parole che abbiano un certo peso, ma capaci di lievitare come torte.
La bambina che non è mia figlia ha usato le stesse parole che ha ascoltato un giorno di ottobre
di due anni fa e le ha regalate al topo che se n’è volato in cielo, rispedito ad un mittente
immaginifico e divino, il pensiero di un bambino. .
. . . . . .
Un davanzale, il carro da morto, un funerale
Tu che ti mangi le unghie e fai sanguinare
Un dito
L’anulare. Il sole che arroventa l’asfalto,
Che lo fa fumare.
Uno sciame d’api, un tavolino tondo, un pensiero
Torbido, le mie caviglie, la tua introspezione.
Qualche seme di girasole spaccato in due con un bottino gramo, un grano
Tu e la tua voglia di deriva, il boma, la boa, la
Transumanza.
Noi in questa stanza
Il sudore luminoso, l’abbondanza di circostanze,
Lo sfavore degli dei, questo cielo strabico
I tuoi occhi cangianti come acciughe,
le lancette che si conficcano
Nel tempo, la ferita asciutta della mancanza
Ancora noi
In questa stanza
Un davanzale e le sue gerbere, la terra smossa
Non adombrarti, resta radiante
Io vivo anche per te, per quella risacca
Che fa piangere e seccare gli occhi
. . . . . .
Tempo fa lessi un articolo su Le Monde,
ho avuto voglia di tradurre qualche passaggio, di fare una piccola ricerca, di scrivere.
Perchè tutti gli uomini che scompaiono, aiutati dalle autorità politiche, militari o religiose,
trovino un po’ di pace almeno nell’essere ricordati.
Oggi ho ritrovato quel foglio dentro Lezioni Americane di Calvino,
uno dei libri che uso quando do lezioni d’italiano per arrotondare il mio stipendio.
Le date mi hanno invitato a non pensare ad una casualità, io credo a certi morti molto più che a certi vivi.
Lo ripropongo qui.
50 anni fa un matematico comunista di 25 anni, assistente alla facoltà d’Algeri,
sposato e padre di tre figli piccoli, venne arrestato e torturato da soldati francesi.
Nessuno l’ha più rivisto.
Era un medico, credo. Stava dalla parte degli algerini , dice una ragazza in hidjab.
Mi sembra che fosse un poeta, aggiunge una studentessa”
L’11 giugno 1957, in piena battaglia d’Algeri, Maurice Audin,
viene arrestato dai paracadutisti francesi perchè sospettato di aiutare gli indipendentisti del Fronte di Liberazione Nazionale.
Dieci giorni più tardi, il 21 giugno, Josette Audin,
insegnante di matematica in un liceo d’Algeri, apprende che suo marito
è “scappato” dalla jeep che lo trasferiva da un carcere ad un altro.
Poi più niente. Il suo corpo non verrà mai più trovato.
E la versione ufficiale data dall’esercito non è
stata mai rettificata, anche se oramai è accertato che il giovane è
morto sotto tortura nel centro interrogatori di El-Biar.
Per le autorità politiche e militari francesi Maurice Audin è ancora oggi un evaso. . Questo è il sito di un artista che lo tiene ancora in vita .
Talvolta i commenti sono chiusi, ma la porta è aperta e chiunque passi di qui è il benvenuto.
Ricevo posta e rispondo, nei limiti del mio tempo limite.
Il melanconico come il perverso ha bisogno di crearsi un oggetto feticcio.
E' un senso costante di incompiutezza e incompletezza.
Nella melanconia l’elaborazione è bloccata,
il destino della pulsione è senza meta,
è una ricerca incessante:
questo anelito costante è una delle perversioni del melanconico.
All’origine esiste una disillusione primordiale,
ancora prima che si crei l’oggetto.
Il melanconico si aggrappa all’ideale per sopravvivere,
avviene un suicidio dell’oggetto
che comporta al desiderio di orientarsi
verso l’oggetto parziale e quindi non raggiungibile. L’attrazione per la morte o l’assente
fa sì che la vita sia una deprivazione affettiva
e il melanconico si associa alla perversione per evitare il vuoto angoscioso.
“ E’ quella l’esperienza che ho avuto ed è a quella che ritorno”.