Quasi fosse sera, notte, stelle a manciate, cupo rosso di una collina che s’è mangiata il sole.

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E ricomincerò daccapo,
spaziando le interlinee, pensando a te,
ragazzo, che mi piacevi da morire,
solo che a quell’età non ci si pensa per davvero,
a morire e nemmeno a piacere
Si vive di piccole attese, di battiti accelerati,
di curve improvvise, di sbalzi d’umore.
Poi ci si accorge che gli altri hanno fatto così,
come i nostri genitori,
e allora si fa così anche noi e si sceglie.
Una donna, un uomo, che non fanno per noi,
contrari al comune senso
del buonsenso, non parlo del pudore,
quello viene dopo, quando si capisce che
c’eravamo sbagliati.
E allora, via, si cuciono le asole, perché i bottoni
non ci passano più e tanto vale prender freddo,
sentire il vento che trapassa, remoto
e cinge la cassa toracica nel senso ampio di una
solitudine necessaria, fatta d’echi e canzonette,
salutare:

Addio

E ricomincerò daccapo,
amando alla rinfusa, quasi fossi in una fiera di paese,
bendata, cercando di colpire la pentolaccia,
sperando in petali di rose e suggestioni,
evitando luoghi comuni,
viaggiando col gomito fuori dal finestrino,
come i cafoni prima di Melegnano, in coda,
quasi fosse il diciotto di agosto, quasi fosse casa,
buongiorno portinaio, dove sei amore.

Quasi fosse sera, notte, stelle a manciate, cupo rosso
di una collina che s’è mangiata il sole.
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Resta.
Resta in piedi in questa folla urgente.
Così io possa sempre riconoscerti,
anche da lontano.


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B e r l i n

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cicala
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Alle vere leggende la morale non serve, è sempre meglio un po’ di libertà
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Ho fatto un sogno
che non ti racconto perché nel sogno io non parlavo
e tu mi stavi a guardare, mi guardavi le mani
che tenevo in grembo arricciando un lembo di gonna

C’era la neve a Berlino e tu avevi gli occhi da ladro

Ho fatto un sogno
che non ti racconto perché nel sogno dormivi.
Io stavo ferma nel letto a guardarti, precisa,
come se contassi i tuoi tanti capelli.
C’era odore di cassetti e crocefissi,
quale fosse non saprei
ma nel sogno lo sapevo

Ho fatto un sogno,
eravamo randagi e impazienti,
lo scandalo alle spalle e nulla da temere.

C’erano strade bianche e persone di fretta,
il nostro hotel aveva due stelle
un poco cadenti, come quei due nel sogno.

Non te lo racconto, sennò non si avvera.
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autoscatto cecilia 06/09

mosso stato civile

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La casa è al quinto ed ultimo piano, edificio B, diciannovesimo secolo.
Quando sono nel mio letto e guardo il soffitto vedo il cielo,
di giorno quadro con nuvole o turchino, di notte nero,
nero con luna o nero con stelle.
La scelta dipende dal tempo,
e anche in questo caso è vero.
Non abbasso l’oscurante, guardo, penso, non dormo, sento
il vento che passa forte dal camino;
sento la tempesta che si accanisce contro i davanzali, sento
qualcuno che ride facendo le scale.

Sono tesa, acuta, ho tutti i sensi ancora all’erta,
tracce di adrenalina che salgono in superficie, come bollicine,
Dovrei essere stanca, dovrei essere morta.
La partenza della ragazzina bionda ha messo a dimora una parte
del mio cervello, acquietato certe ansie, dilatato il tempo,
in questi ultimi, furiosi giorni.
Ore in latex, appiccicate al corpo,
non lo facevano respirare, lo costringevano,
lo facevano sudare di nascosto.
Ho perso molto peso e ho vestiti larghi, indolenti.
La mia nuova condizione è suscettibile
di continue modifiche in tempo reale.
Sono veloce, sono desiderabile, sono libera, sono poco disponibile.
Piango orizzontale, rido verticale, commetto stranezze.

Ho parlato con la ragazza del bistrot,
la socia della moglie del poliziotto.
Ho mangiato là un pezzo di formaggio
e ho bevuto un bicchiere di vino, al bancone.
Mi ha detto che dovrei passarla a trovare più spesso
Questa sera mi ha chiesto cosa ne pensassi degli animalisti.
L’ho trovata una domanda insolita,
per modalità d’inserzione nel discorso.
per vaghezza d’intenti,
per mancanza di associazione di frasi e idee.
Poi mi si è avvicinata e mi ha detto:

La cosa che più mi piace al mondo è la corrida.

L’ho guardata, le ho sorriso.

Di tutte le confessioni, mi è parsa la più innocente.

Ho pensato al toro, al torero, alle banderillas conficcate nella carne,
al mantello di pelo, nero di sangue, al pubblico,
alle orecchie mozzate e alle mie, ancora attaccate,
che sentivano che fuori aveva ricominciato a piovere forte.

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Laundry’s night


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mollette a fuoco.

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Ogni oblò aveva il suo roteante panorama.
Lenzuola e calzini, mutande e federe.
Asciugamani, impudiche mutande sotto gli occhi
di un pubblico di stanchi viandanti col culo
su mattonelle standard e pensieri poco profondi.
Pensieri di cibo e connessioni, di come fare, di come svoltare,
di come restare, di come cambiare.
Di come proseguire senza dare nell’occhio del ciclone.
La mia anima vagava nella tormenta
di una brevissima estasi di black-out cerebrale.
Divenuta insensibile ai rumori del dentro, del fuori,
mi concentravo sulle istruzioni di come condurre a buon fine
un ciclo di lavaggio quando è successo quello che sempre succede
in una beautiful laundrette.
E’ entrato un senzatetto, senza nemmeno biancheria da lavare
che giustificasse la sua presenza.
Si è seduto vicino a me e mi ha chiesto come stavo.
Gli ho risposto gentilmente che stavo meglio nel 1998.
Lui mi ha sorriso e credo che abbia capito che mi mancava
un certo tipo di materia, quello di cui è fatta la fortuna,
una sorta di fango celeste impastato di costole
e bei passaggi di letteratura, di carne e sospiri.
Mi ha prestato il suo giornale metropolitano di ieri.
L’ho ringraziato e ho cominciato a leggere l’oblò
della macchina asciugatrice numero 14
che mi ha raccontato un sacco di storie umide.
Della vita prendo tutto, anche quello che altri non vorrebbero.
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Amor tinello

nataly ciobanu

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Oggi avrei voluto neve per fare un omino
ove la carota non fosse all’altezza del naso.

Ebbene, certi pensieri sorgono dalla pece screziata dai neon
di una sera squarciata dai miei passi lunghi,
una nuova asse del wc sotto il braccio ed una certezza:
le viti di aggancio sono in metallo, non in plastica.

Bizzarro, ogni volta che si cambia vita, si riparte dal cesso.

Un tempo facevo nidi.

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La coscienza della condotta

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foto di Tomsa
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Una questione di rigore, di equilibrio, di spessore.

Nascere sapendo di dover stare al mondo
in un modo preferibilmente non qualsiasi
- e non parlo di qualunque, pronome indefinito
nel quale mi accomodo volentieri –
ecco, è una risoluzione ardua e rischiosa.

Ma il peggio che ti possa capitare non è mai la mediocrità,
che rende vili e omologati, il peggio è qualcosa che è passato.
Speravo lo facesse prima, ma è passato.

Come il tempo, come la pioggia,
come qualcuno che non si è poi fermato.
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Parigi, interno negozio, ore quindici e cinquantatré, circa.

Inventario intorno ad un decesso

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jerémy soudant
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Il cielo sembrava lo stesso, c’era solo un’atmosfera insolita
a mistificare l’aria, a renderla spettrale.
Prima ho guardato i piedi, sdraiati,
come dei piedi di un passante
non avrebbero dovuto stare.
Poi ho guardato la signora e la sua bocca aperta,
come quella dell’uomo a terra:
lei aveva ingoiato un urlo,
lui emetteva una leggera schiuma ai lati delle labbra,
un fuoriuscire silenzioso, indipendente.

Tutto attorno è poi precipitato:

persone
suoni
angoli
passi

La concitazione per battere la morte,
e intanto il signore se ne andava senza far rumore e movimento.

Il ragazzo efficiente gli ha massaggiato il cuore,
poi ha smesso.
Hanno smesso ragazzo e cuore.
La signora ha scosso la testa pianissimo,
col vuoto labile che cominciava a riempirsi
d’imprevisto e di dolore.

Poi la pancia nuda del signore, sicuramente forte bevitore,
ha avuto un guizzo, come se la morte avesse avuto
bisogno di farsi guardare, vanitosa più della vita
che quando c’è non si fa tanto notare.

Ho creduto di vedere come una piuma
che si alzava dal suo corpo,
come se l’ombelico soffiasse aria,
creando una corrente ascensionale.

Poi tutto si è fermato per un momento:

persone
angoli
suoni
passi

E dopo tutto ha ripreso a scorrere,
il mio sangue un po’ più lento,
perché sono convinta
che certe emozioni lo rendano più denso.
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(martedì pomeriggio un signore di circa sessant’anni è caduto davanti al negozio in cui lavoro, morendo sul marciapiedi opposto)
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mutation et désir

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divano su strada

divelgo divago divengo divano

Mi chiedi di cosa io abbia bisogno.


Di un divano, chéri.
Qualcosa di comodo che abbia culo,
almeno lui.

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Matin

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Come mi è insolito questo vivere a memoria.
Mi sveglio come se invece di aprire gli occhi si aprisse
un varco nel mattino, tracimasse il sole dal cielo
ed inondasse il cupo mio riemergere.
Da una notte chiara e benedetta, la mia parentesi di pace.

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Dunque, esisto e per dimostrarlo devo cominciare.

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